L’alibi di Epiteto

Ricordo gli ultimi giorni di scuola come fossero gli ultimi giorni di galera. Ricordo ancora l’ultimo colloquio fra il preside ed i miei genitori che ne uscirono sconvolti dalle prospettive future di avere un figlio con una cultura superiore alla media. Media era intesa come scuola media inferiore. Ricordo le sue parole: “Vostro figlio ha due sole reali possibilità di vita futura in questa società: farsi prete o entrare in politica”. Mio padre fabbro e mia madre al servizio di una signora ormai novantenne, scossero la testa e mi guardarono con occhi pieni di vergogna. Un laconico “figlio mio” da parte di mio padre che sembrava una delle sue martellate sul ferro incandescente, ed una stretta di mano al preside sancivano la mia ignoranza.

Oggi sono qui perché ho scelto una delle due opzioni prospettatemi. Quale? No, proprio politico no. Cadere così in basso avrebbe avvilito ancora di più i miei genitori.

Deciso a prendere in mano il mio futuro, dissi ai miei che andavo a farmi prete. Ciò avrebbe comportato un certo periodo di “silenzio di comunicazione”, che loro accettarono anche se con un po’ di tristezza. Aiutato da don Ferdinando Casula, che mi diede tutti gli indirizzi ed i nomi ai quali avrei dovuto rivolgermi, partii senza guardarmi indietro, conscio che a destinazione non sarei mai arrivato. Feci parecchi chilometri in treno, e parecchie campagne passavano davanti ai miei occhi senza che destassero in me la voglia di sapere dove fossi. Per questo quando il treno si fermò per far salire un anziano viaggiatore, presi al balzo l’offerta sul piatto: un villaggio di campagna. Poca gente, sicuramente anziana, che non mi avrebbe fatto troppe domande sulla vita di Gesù.

Scesi al volo con la mia valigia contenete, fra le altre cose, una mantella simile a quella usata dai Pallottini, che indossai nel retro di quel grosso cespuglio che svolgeva la funzione di pensilina della stazione. Ero finalmente in mezzo al nulla. Sapevo che in mezzo a quel nulla, avrei sicuramente trovato una chiesetta campestre, diroccata, che avrebbe fatto al caso mio. Orgoglioso del mio abito, mi incamminai in quella landa desolata alla ricerca di ruderi che potessi rimettere a posto in poco tempo. Mi sarebbe servito proprio quello che andavo ad intravvedere: un vecchio sito minerario quasi completamente distrutto dove vivevano quattro famiglie di agricoltori e due di pastori lontani anni luce dalla città. Mi avvicinai a quel sito fantasma con grande cautela cercando di scorgere quanto prima la chiesetta. C’è sempre una chiesa in un villaggio di minatori. Ed ecco, giustappunto, quattro mura diroccate su una collinetta, posta in disparte rispetto al villaggio. Sarebbe stata la mia chiesa.

Padre, padre”. Una voce mi chiamava da un casa del villaggio sottostante facendomi rizzare i capelli, i peli e le dita delle mani. Mi voltai dopo aver preso un bel respiro e vidi una donnina alta poco più di un metro e sessanta, rotondetta.

Padre, si è perso?

No, figlia mia. Sono stato mandato per sistemare la chiesa. Risposi con imbarazzante sicurezza.

Padre, ma non ha nulla con sé. Ha mangiato? Non credo. Venga, venga.

Mi guidò ad una costruzione fatiscente dove stavano preparando il mangiare per le bestie.

Non si preoccupi, padre, non le offrirò certo il mangiare del bestiame. Venga venga con me. Si accomodi. Un po’ di zuppa calda e qualche patata la possiamo benissimo dividere con lei.

Sono veramente emozionato per l’accoglienza.

Mi trattarono come fossi stato un vero prete ed io me ne rallegrai così tanto che mi immedesimai subito in quella grande persona che deve essere un prete.

Non si offenda, padre, ma qui siamo quattro gatti e per di più non andiamo in chiesa da sempre: l’hanno spedita qui per punizione?

Persona pseudo ignorante che fa subito domande a trabocchetto, pensai. Ma ecco che incalza con un’altra domanda ancor più difficile

Padre… padre?

Sono padre Epiteto, dell’apostolato cattolico dei Pallottini. Il perché mi venne in mente quel nome non lo so. Mi piaceva il suono. Lo sentii dire a mio padre in una conversazione con mio zio. Parlavano di ladri ed imbroglioni. Penso si riferisse ad uno di loro.

Epiteto? Strano nome

Quando prendiamo i voti dobbiamo lasciare ciò che abbiamo per una vita nuova. Così ho deciso di prendere il nome di Epiteto.

Epiteto. Davvero un nome particolare.

Adesso è meglio che vada a sistemarmi lassù. Avrò un gran da fare.

Bene padre. Padre Epiteto. Magari passerò più tardi con mio marito per farle visita. Ah io sono Michela. Mio marito si chiama Antonio.

Bene, se avrete tempo mi farà piacere accogliervi in quel che resta della vecchia chiesa.

Mi incamminai in gran fretta verso quel rudere cercando di non farmi prendere in contropiede da altri “fedeli” curiosi. Mi ero talmente trasformato che in certi momenti mi ponevo il problema della preghiera. Stavo iniziando a deragliare!

Fortunatamente quella sera non si fece vivo nessuno, forse credevano che non ci fossi dato che non accesi neppure un fuoco. La luna mi faceva da lampione ed i miei occhi non facevano alcuno sforzo per vedere quel poco da mangiare che mi ero portato dietro per il viaggio. In valigia, fortunatamente, ci trovai anche la Bibbia di famiglia. Fu una tragedia: ricordi, rimorsi… Un guazzabuglio nello stomaco che mi faceva promettere ad alta voce cose del tipo

Finirò la tua casa, o Signore, in tre giorni e prometto di servirti ed onorarti e di pregarti per la salute dei miei anziani genitori.

E giù un acquazzone di lacrime frutto della tensione accumulata nell’arco della giornata. Il problema era che da quel punto non sarei più potuto tornare indietro. Trenta occhi mi facevano la guardia. L’intero bestiame umano di quello sputo di villaggio mi teneva d’occhio. Mi ero messo nei guai e al momento non sapevo come uscirne. Comunque mi ritenni fortunato al momento: era solo martedì e la domenica era lontana. L’indomani il risveglio mi fu dato da una leccata sul viso da parte di una capra che andava al pascolo. A parte lo spavento iniziale, ne fui felice così potei mettermi subito a rimettere a posto i muri del rudere. La mattinata trascorse senza vedere anima viva. Solo l’acqua della sorgente ed il vento fra le foglie dell’albero dentro le mura mi tenevano compagnia.
I giorni passavano ed i villici facevano a turno per portarmi chi qualche patata, chi le bietole e qualcuno il pane. Nessuno però veniva da me per chiedere di celebrare messa. Per mia fortuna.
Lavoravo sodo tutti i giorni e dopo due mesi avevo finito i mattoni di pietra ed anche le mura della chiesa. Mancava solo il tetto ma non sapevo come farlo: non avevo materiale. La cosa che mi spaventava di più è che la bella stagione stava per finire e le piogge, presto si sarebbero fatte vive.

Padre, Padre.   Vidi Michela che veniva su di corsa   Padre, vorremmo che Lei stasera cenasse con noi tutti.

Voi tutti…?

Si, tutta la comunità. Vorremmo sottoporle una proposta. Se Lei è d’accordo.

Va bene, figliola. Non potrò certamente mancare.

La cosa si faceva preoccupante. Si trattava di un battesimo, di una comunione… di cosa? Tremavo al pensiero di venire linciato. Mi avevano sempre detto che le bugie hanno le gambe corte e che i portatori di bugie hanno una vita breve. Quindi, il dilemma era se presentarmi a quell’invito o scappare il prima possibile.

Scese la sera e decisi di incamminarmi verso casa di Michela. Mi calai talmente tanto nella parte che sembravo un politico ad un comizio. Avrei potuto dire tutto ciò che volevo senza che la mia coscienza venisse intaccata. Bussai alla porta e Michela mi accolse con un sorriso, presentandomi alla tavolata. Tutto il paese era seduto li, attorno alla tavola imbandita in un fienile, il cui olezzo mi fece cambiare di colore il viso.

Padre. Benvenuto, Si accomodi. Venga, venga.

Qui a capotavola? Ma io

Si, si. Questo è il suo posto

Una voce baritonale si levò dal fondo intimando: Basta che non ci faccia fare la preghiera di inizio e potrà stare al suo posto.

Erminio!    Lo riprese la moglie

Non si preocupi…

Maria Bonaria è il mio nome Padre.

Non si preoccupi Maria Bonaria, preferisco che diciate ciò che pensate piuttosto che essere pugnalato alle spalle.

Iniziammo a mangiare, fortunatamente senza che qualcuno avesse obiettato alla richiesta di Erminio. Ero più sollevato. Per salvare le apparenze mi raccolsi come se stessi ringraziando per il pasto, ed in un certo senso lo stavo facendo.

Bene, dopo questo lauto pasto del quale vi ringrazio, Michela mi ha detto che volevate sottopormi un quesito.

Si, signor Padre. Io sono Vincenzo e la vedo tutti i giorni, la vediamo tutti i giorni ricostruire da solo quella catapecchia. Non ha mai chiesto l’aiuto di nessuno e, giustamente, nessuno si è mai offerto di aiutarla. Forse Lei sta facendo ammenda per qualcosa e vuole sbrigarsela da solo. Non è nostra intenzione arrecarle disturbo, però…

Quel però fu una fucilata a “balla sola” in pieno petto

adesso è venuto il momento, questa è la nostra proposta, di offrirle una domenica di riposo mentre noi mettiamo su il tetto.

Non mi parve vero, tant’è che sarei potuto svenire. La fucilata era a salve ed avrei avuto un tetto sulla testa

Accetto di buon grado la vostra offerta. Ringrazio il Signore e voi tutti.

Mi alzai e strinsi le mani a tutti i commensali. Di li a poco levai il disturbo ed andai alla chiesa.
Il giorno dopo di mattino presto, saranno state le sette, venni svegliato da un rumore di automobile. Mi alzai e vidi che un fuoristrada si era parcheggiato proprio davanti all’ingresso della chiesa. Uscirono due uomini in nero, con vestaglie lunghe ed un copricapo viola. Capii subito che è vero che le menzogne hanno le gambe corte, e iene ed avvoltoi se ne approfittano. Si avvicinarono a me guardandosi intorno.

Buongiorno padre… padre?

Epiteto. Sono padre Epiteto, dell’apostolato cattolico dei Pallottini.

Padre Epiteto, io sono monsignor Tanca e qui, affianco a me, monsignor Arrexina.

Non mi misi a ridere perchè ero curioso di vedere quale giro di parole avrebbero usato per smascherami, ma comunque pensai a quei due conoscenti dei miei genitori i cui cognomi erano uno Piras e l’altro De Campus.

E’ un piacere fare la vostra conoscenza. In cosa posso aiutarvi?

Facevo così bene il finto tonto che avrei potuto recitare in teatro.

Vede, padre Epiteto, è da tempo che la teniamo d’occhio tramite i nostri fedeli timorati di Dio, che vedono in Lei un religioso fuori dal comune: niente prediche, niente messe, né benedizioni. Noi abbiamo visto con quale cura ha restaurato questa chiesa, in questo villaggio di miniera, abbandonato dai minatori ma non dai pastori e dagli agricoltori. Ci dica: dato che fra i Pallottini non esiste un padre Epiteto, Lei perché porta quell’abito?

Reclamavano una loro proprietà abbandonata da anni e per di più diroccata, praticamente rasa al suolo dagli anni e dalle intemperie. Tra l’altro non sapevo neanche se fosse effettivamente loro o della miniera.

Vedete, finita l’università, il rettore Casula disse ai miei genitori che avrei potuto trovare le porte aperte da qualsiasi parte io fossi andato a bussare. Avrei dovuto evitare solo due professioni: quella del prete e quella del politico. “Gli avvoltoi volano alti, le iene se la ridono. Entrambi si cibano di chi si affanna per trovare da mangiare per se e la propria famiglia”.
Trovai quelle frasi un po’ eccessive. Per me erano una sfida. E così, lasciando perdere la vita del politico, decisi di provare la vita del sacerdote. Mi chiedevo fino a che punto sarei potuto arrivare spacciandomi per padre Epiteto.

Ed è questo il punto di arrivo.

 

 

 

 

 

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La Bicicletta

Prima in legno
e poi
in acciaio alluminio e titanio,
infine in carbonio.
Domani ci penserà il demonio.

Dal fuoco i cerchi, dal sole i raggi.
Sempre gli stessi i suoi messaggi:
con due pedali, una sella ed un manubrio
fra strada e terra ecco il connubio.

Sudore gambe e cuore per il corridore,
Sudore gambe e cuore per l’amatore.
E chi l’usa solo per delizia, crepi l’avarizia
un cesto davanti ed uno dietro ed è presto fatto
per portare a spasso un cane od un gatto.

E chi l’usa per cercar l’amore

forse meglio non sudare.

Urla Di Femmine Morte

In un sonno profondo
Voci indistinte ma familiari
Mi trattengono.

In questo sonno profondo
Grida di madri, figlie e sorelle
Mi dicono che non devo andare.

Nel mio sonno profondo
Mi getto nel buio
E scorgo mia moglie.

Del sonno sono oramai sul fondo
Mani gracili e nude mi trattengono
Impedendomi di tornare ad offendere.

Urla di femmine morte
Fermano il mio cuore.
Trattengo il respiro…

 

La pittura

Di un tratto,

dato come uno sbaffo buffo,

si può ammirare l’armonia, la semplicità, il colore.

Solo l’autore ne conosce il vero significato,

ma lo si può immaginare, interpretare, ammirare

ed è per ciò che lo spettatore

ne rimane incuriosito, ammaliato, affascinato.

Senza lavoro

Appoggiato al muro con un piede e l’altro a terra per tenersi in equilibrio, si fumava una fetida sigaretta, di quelle raccattate, elemosinate al passante che pur di levarselo di torno gli lasciava il pacchetto con le ultime rimaste. L’occhio fumante, leggermente strizzato, infastidito dalle esalazioni, ricercava tra la gente una figura conosciuta con la quale aveva appuntamento. Era il terzo giorno che faceva la posta. Un po’ troppi per non pensare che, forse, l’incontro era sfumato. Ma, in fondo, giacchè null’altro aveva da fare, perdere tempo a ciondolar per strada era diventato il suo passatempo preferito. Da quella posizione poteva vedere i ruderi che andavano a frugare fra i cassonetti per vedere se era rimasto qualcosa delle altrui libagioni, ma gli pareva che i risultati delle affannose ricerche non dessero i frutti sperati. Ogni tanto qualche passante ossessionato dalle continue richieste di “fastidiosi spiccioli”, con voce imperiosa urlava: ma vai a lavorare… io alla tua età….. . Si, quello alla sua età era in periodo post bellico, ma ora, qui, siamo in pieno periodo bellico: lavoro zero o lavoro nero, ricchi e poveri con in mezzo il nulla. Quella è Rachele, ogni giorno entra nel negozio d’abbigliamento, guarda con falso disgusto i capi e ne esce mugugnando perchè non sono cuciti a modo, hanno un taglio un po’ così. Ecco la “signora tuoni e fulmini” vestita con colori sgargianti e quel suo cappello anni andati, di colore viola. Il suo rossetto rosso fuoco che le dipinge le sottili labbra ultra ottantenni scavate dalle rughe, le dona un non so che di sana pazzia, che rievoca tempi migliori ed amori focosi. Si è fatto mezzodì, “pantegana malandata” ha bevuto il suo ultimo bicchierino e ritorna a casa strisciando sul muro raccogliendovi ogni schifezza appiccicata, tanto da lasciare sulla manica della giacca il ricordo indelebile di una gomma da masticare. Ma sì, anche oggi la giornata è passata. Scolla la scarpa dal muro e con passo incerto si avvia nella sua dimora sotto il ponte. Almeno lì c’è fresco.

L’infinito si ripresenta

L’infinito esiste?

Certo! Si ripresenta ogni volta che si ripropone la domanda.

Quindi il finito non esiste? Neppure la vita?

Il temine vita ha una fine, ma ciò che aggrega quella che noi chiamiamo vita, no.

Quindi Lei fa l’archeologo perché crede che esista l’infinito?

Credo che, come già una persona più illustre di me disse, tutto si trasforma e, quindi, non si ha mai un inizio od una fine. Questo è il mio pensiero, ed è per questo che cerco di capire le trasformazioni che hanno subito i popoli, le strutture e tutto ciò che è arrivato nel presente.

Infinito è sinonimo di eterno?

No! A mio parere la definizione di eterno si potrebbe applicare ad uno stato dell’infinito che non muta. La vita sarebbe eterna se non cessassimo di muoverci in modo macroscopico. E’ infinita perché la vita atomica, pur disperdendosi, continua nella sua trasformazione.

Quali sono le sue scoperte che le hanno dato più soddisfazione. Uso il plurale perché capisco che ogni scoperta sia un evento magnifico. Più precisamente. Preferisce ritrovare resti umani, resti animali o templi… o nuraghi?

Quella che mi diede più soddisfazione fu quella del ritrovamento della città sepolta di Benidore.

Mi scusi l’ignoranza ma questa sua scoperta non la conosco.

Non l’ho resa pubblica e non vi sono appunti di dove si trova. Niente coordinate.

Perché tenerla segreta?

Perché si tratta di una città stupendamente conservata dentro una cavità sotterranea il cui accesso oltre che ben occultato è difficilmente superabile. E, aggiungerei difficilmente immaginabile.

Quindi Lei fa la scoperta del millennio, ma non dice niente a nessuno. Solo… a me?

Si, qualcuno deve saperlo prima che io “vada avanti”: a novantacinque anni ed ormai impossibilitato a scrivere da questa artrosi, ho deciso proprio ora che qualcuno debba sapere.

Mi racconti allora! Ho l’adrenalina che mi sta facendo scoppiare le vene. Od il cuore?

Prenda appunti. Parto da lontano sa? Mica le voglio rendere la vita facile! Mi sono laureato a ventitré anni, col massimo dei voti ovviamente. Non potevo permettermi di avere un voto diverso da quello massimo: pena andare a zappare e mungere per il resto della mia vita. Così, invece, potevo avere diritto ad una cospicua somma di denaro, che mio nonno Anghelu mi mise a disposizione per cercare le Colonne d’Ercole. Scelse lui ciò che dovetti studiare e cercare. Io accettai pur di non andare a zappare. Secondo me non avrei mai toccato un ferro dato che avrei avuto una montagna di soldi da dare a quelli che avrebbero scavato per me. Stupidaggini di un ragazzotto… oggi si direbbe… pagu bessiu. Ad ogni modo mi impegnai con differente intensità allo studio, anche se prendevo sempre trenta e lode, perché la materia iniziò a piacermi talmente tanto, ma talmente tanto che convinsi Anna a studiare con me nonostante ella fosse un anno avanti negli studi. Ad Anna piaceva moltissimo la materia e mi “incastrò” in un giro di studiosi incalliti che ogni fine settimana andavano a scavare per poi repertare ciò che trovavano. Foss’anche un ferma cravatta perduto da qualche turista. Si sa che quando inizi a bere, è difficile fermarsi. Soprattutto se il vino è buono. Difatti non riuscivo a fermarmi. Tanto che anche Anna passò la mano e mi lasciò andare per la mia “malattia”. Devo dire che non mi accorsi più di tanto dell’assenza fisica di Anna. Se dapprima ne fui attratto (le sue misure erano eccezionali così come il suo sguardo ed i suoi capelli), adesso tutto il mio interesse era rivolto al ritrovamento delle Colonne d’Ercole. Ma non quelle della letteratura greca. Le mie Colonne d’Ercole.

Ma Anna quindi la tradì? Se ne andò con uno del giro di studiosi incalliti?

Ma no, Anna non mi tradì per niente. Ero io che fantasticavo sulle sue curve. Lei voleva solo scoprire qualcosa di importante e le occorrevano persone che condividessero le sue scelte. Ma io ero troppo assetato ed andavo sempre avanti, sempre di fretta.

Quindi Anna non riusciva a stare al suo passo?

Ognuno ha il suo passo. Ognuno sviluppa un metodo di ricerca, di studio. Io non riuscivo a stare in un posto che non mi dava “segnali”.

Finalmente si laureò: massimo dei voti, baci e abbracci. Tutti familiari alla cerimonia…

No! Non avvisai nessuno. Tranne nonno Anghelu.

Perché solo lui?

Non voleva che si sapesse del “ricatto”. Lui intuì la mia diversità dal figlio e dagli altri nipoti, ma non voleva metterla in piazza. Giustamente direi. Escogitò questo sotterfugio per darmi la possibilità di diventare “grande”.

Una persona non comune!

Una persona che aveva un’altra idea dell’utilità del denaro: cultura e conoscenza. Una differenza che gli altri suoi parenti non sapevano cogliere. E che non hanno mai colto.

Torniamo al giorno dopo la laurea.

Torniamo al giorno stesso della laurea, quando mi recai da nonno che già aveva in mano un assegno, con sopra scritta una somma di danaro che mi avrebbe permesso di vivere agiatamente, molto agiatamente, senza muovere un dito per il resto della vita mia, di mia moglie e dei miei figli. Ma lui sapeva che non l’avrei tradito. La sua felicità la lessi negli occhi. Non era una persona dalla cui bocca uscissero un gran numero di parole. Ma i suoi occhi luccicavano. Penso, anzi sono sicuro, che fosse orgoglioso di me. Mi strinse la mano in modo vigoroso e mi invitò a non indugiare oltre, perché altrimenti il distacco dei miei genitori sarebbe stato ogni giorno più difficile: mi avrebbero placcato con una scusa oggi, e poi un’altra domani… Raccolsi le mie cose in una valigia e la lasciai sul letto, andai in cucina, era l’ora di pranzo, e salutai tutti scambiandoci lacrime d’addio. Salii nuovamente in camera, presi la valigia ed uscii dalla porta principale senza passare un’ultima volta per rivederli. Avevo già spiegato loro che avevo vinto una borsa di studio, e che per poterne usufruire sarei dovuto partire subito per l’iscrizione al dottorato. Non sapevano di cosa stessi parlando, e qui io fui disonesto ad approfittare della loro ignoranza. Ancora me ne vergogno.

Quindi partì. Destinazione? Londra? Parigi? Il Cairo?

Gradisce un po’ di tè? Magari con dei pasticcini?

Si grazie.

Allora faccia una cortesia: dietro di Lei c’è la cucina dove troverà un bollitore, due tazze e una scatola di tè…

Ah ah, certo. Vado e torno. Una pausa ci vuole anche per sgranchirmi le gambe, la schiena e le dita della mano.

Gli occhi invece?

E’ vero! Anche gli occhi. Ha poche fotografie in giro per la stanza. Non le va di ricordare cose dalle quali non può più avere conforto?

Le fotografie fermano il tempo e, come già le dissi all’inizio di questa nostra conversazione, io sono andato sempre di corsa. Tutt’ora penso a quello che farò domani. Se mi soffermassi su una foto, lì mi fermerei anch’io.

Questo è il fischio della teiera. Vado e torno. Eccoci nuovamente, dopo aver sorseggiato una buona tazza di tè, possiamo riprendere da… da…

Se avessi avuto la sua memoria starei ancora scavando insieme ad Anna!

Ah, si. Quindi la destinazione. Dove andò?

In Grecia, ma non a cercare le Colonne d’Ercole. Mi affascinava la storia dell’isola vulcanica Santorini. Fu sventrata intorno al 1627 avanti Cristo da un eruzione vulcanica. Mi recai quindi a Oia perché c’erano i mulini a vento. Mi sono sempre piaciuti i mulini a vento. A guardarli ci si rilassa.

Bè se era stata sventrata dall’eruzione, cosa poteva cercare?

Nella località di Akrotiri, riportarono alla luce un’antica città, quasi completamente intatta e coperta come Pompei da antiche ceneri. Il ritrovamento fu catalogato come tra i più importanti nella storia dell’archeologia.

Lei faceva parte della spedizione archeologica?

Io facevo parte delle persone che portavano l’attrezzatura. Cioè facevo quel lavoro che mai avrei pensato di fare. Ma era anche l’unico modo per iniziare a far parte del mondo degli archeologi.

Quante domande fece?

Ben poche. Osservavo, non toccavo, non chiedevo, ma ascoltavo con molta attenzione simulando la pulizia degli utensili o di qualsiasi cosa potesse non insospettire quei gelosissimi archeologi. D’altro canto una scoperta del genere… non si trattava di un coccio in terracotta, ma di una città!

Vengono i brividi a me per l’emozione… non posso immaginare il loro stato d’animo.

Ha presente quando sembra che il cuore voglia uscire dalla cavità toracica? Una cosa del genere!

Quella vicenda fu sicuramente importante per Lei, ma come la sfrutto? Segui gli scavi per tutto il periodo?

No. Ci fu un ricambio del personale. Quelli che avevano visto e sentito troppo e lavorato poco furono sostituiti. Io ero fra quelli. Decisi allora di andare un po’ in giro per l’Europa e per l’Africa sfruttando le credenziali datemi dagli archeologi ad Akrotiri, e non impiegai molto a farmi le amicizie giuste vista la passione che ponevo nel mio lavoro.

Finalmente archeologo, quindi.

Finalmente archeologo e, finalmente, messo in grado di lavorare in modo quasi indipendente.

Perché quasi?

Perché comunque la zona degli scavi era decisa da altri. Io avevo solo la possibilità di selezionare ulteriormente la particella di terreno che, secondo me, sarebbe stata più “fertile”. Mi andò bene. Molte volte portai alla luce tombe, corpi mummificati, scheletri, mura di villaggi. In qualunque parte del mondo andassi, trovavo qualcosa. Diventai famoso e riuscii ad andare con le mie forze.

I suoi genitori, e suo nonno Anghelu, sapevano delle sue scoperte?

Non ho più avuto contatti con i miei genitori, né con mio nonno Anghelu. La mia smania di trovare sempre qualcosa di più importante della scoperta precedente, mi portò a dimenticare tutti: parenti, amici. E tutti, alla fine si dimenticarono di me. Come è naturale. Ma a quel tempo non mi pesava perché ero tutto preso dagli scavi.

Ma allora…

All’ora appunto! Ore venti. In casa mia a quest’ora si cena. Le andrebbe di farmi compagnia? Ho una vaschetta di pasta al forno, un avanzo di maialetto, acqua, vino e frutta. Le va?

Ma non è che dovrò cucinare io tutte queste pietanze? Non sono granché come cuoco.

Ma no, le ha preparate la vicina, vedrà che fra poco suonerà alla porta con la cena fumante.

Cenerà con noi?

Di solito si. Ma penso che lo faccia per non farmi mangiare da solo. Sa, lavora alla Caritas.

Le chiedo scusa e mi vergono per la domanda che le sto per fare…

Nessuna vergogna: non ho più un soldo se è quello che vuole sapere. Ho speso tutto ma ho sbagliato i tempi. Bussano alla porta. Va lei a prendere le vettovaglie?

Certo. Ci penso io. Ma in che senso ha sbagliato i tempi?

Mangi che si fredda! Nel senso che non pensavo di restare in vita così a lungo e, per ora, ho sbagliato di sette anni. Ma adesso mangiamo, che il maialetto freddo non lo digerisco. Vino?

Caspita che cena!

Non ho l’ammazza caffè perché non bevo caffè.

Non è importante. Per una volta starò a dieta…

Ci trasferiamo nuovamente nella sala? Qui sulla sedia sto scomodo.

Bene! Torniamo a me! A ridosso, più o meno, dei giorni nostri.

Quindi… raggiunta la notorietà riesce ad andare avanti autonomamente e le scoperte ed i libri si “accumulano”

Si “accumulano” come dice lei, ma solo in parte. I libri li scriveva un tal Minerba sotto mia dettatura ed i proventi se li mangiavano lui e la casa editrice.

E lei non si accorse che la stavano derubando?

Non avevo tempo per controllare ciò che combinavano alle mie spalle. Me ne accorsi quando andai a pagare un fornitore che mi disse che quell’assegno non era coperto. Ed era già il terzo assegno che gli rifilavo. Io avevo la faccia in terra.

La denunciò?

No. Aveva capito che mi avevano truffato e mi offrì i soldi per tornare a casa.

A casa?

Si, anche io gli dissi: a casa? Non ricordavo neppure di aver mai avuto una casa. Fu lui che mi ricordò da dove venivo e che, forse, la casa dei miei genitori era ancora in piedi. Fu allora che mi ricordai di aver avuto un passato. Mi diede i soldi del biglietto per tornare e non volle nulla in cambio. Neppure una promessa di risarcimento.

Una persona grandiosa.

E’ l’aggettivo giusto. Comunque tornai a casa e scoprii che i miei familiari morirono tutti tentando di spegnere l’incendio appiccato al raccolto da un folle. Il parente più prossimo ero rimasto io, irrintracciabile perché sempre in giro, ma pur sempre erede. Vendetti alcune cose e spedii il ricavato con gli interessi al mio fornitore, anzi Amico, Demetrio accompagnato da una lunga lettera di scuse.

Quindi arriviamo alla scoperta?

Quindi arriviamo alla scoperta. Non vedeva l’ora vero? Ha troppa fretta.

Io? No, ma mi sembra una logica sequenza negli eventi.

Ero alla ricerca di uno dei tanti nuraghi ricoperti, ormai interrati dai secoli, per riuscire a capire perché risultassero, appunto, sotto terra. E’ chiaro che non li hanno costruiti sotto terra, ma non è chiaro come ci siano finiti.

Ah si?

Bè, per esempio, quello di S’Uraki: è un grande nuraghe quasi completamente interrato e si trova a San Vero Milis. Comunque ero intenzionato a scovarne uno non ancora scavato. Lo volevo integro, Volevo essere… il primo! Ad ogni modo, mi imbattei invece in uno spuntone roccioso di notevoli dimensioni che presentava una cavità, una sorta di tafone, ma che tale non era perché si trattava di un artefatto per occultare un ingresso. Evidentemente una parte aveva ceduto.

Quindi si era “stappato”?

Diciamo che le diverse pietre usate si erano slegate l’una dall’altra, e quella caduta aveva lasciato uno spazio sufficiente a stimolare la mia curiosità. In effetti vista di fronte, pareva non fosse un buco, ma avvicinandomi notai che di lato esso si faceva più grande sia in dimensioni che in profondità. Così per giuoco gettai un sasso all’interno, ma non udii il tonfo. Allora presi la torcia e vidi che il foro si apriva a formare un tunnel lievemente degradante. Decisi di entrare per qualche metro e mi ritrovai su un affaccio. La piccola torcia di cui ero dotato non mi permetteva di illuminare né il fondo e né le pareti.

Come, anche lei che va in giro con una pila da due soldi…

Non cercavo una caverna, cercavo muri di pietra sotto uno strato di terra. E per questo ero munito di pala. Ad ogni modo mi ripromisi di tornare attrezzato.

Ovviamente occultò l’entrata.

Rimisi in posizione la pietra caduta. Che ore sono?

E’ presto, è presto. Tornò il giorno dopo o il giorno stesso?

Tornai dopo una settimana

Una settimana?

Si, ebbi problemi di dissenteria e non potei allontanarmi dal bagno più di tanto. Passata una settimana, ripresa la forma, mi recai prima a comprare chiodi e funi e poi viveri. Arrivato nella località di… arrivato nella località, piantai la tenda come se fossi un escursionista ed iniziai a fare foto.

A fare foto? A cosa?

Al panorama! Per farmi un’idea di quello che ci sarebbe potuto essere sotto, dovevo vedere cosa c’era sopra. Essendo una valle potevo solo immaginare che quello fosse l’antico letto di un fiume. Di conseguenza sotto ci sarebbe dovuta essere acqua.

Una valle tipo quella di Lanaittu?

Tipo. Ma non si tratta di Lanaittu. Un bicchiere d’acqua?

No, grazie.

Lei forse no, ma se fosse così gentile…

Si, si. Mi scusi.

Quindi, misi il treppiede nella tenda ed andai a esplorare il cunicolo. Arrivato all’affaccio però non avevo la più pallida idea di dove chiodare i ferri e, pertanto, mi limitai a cercare di illuminare al meglio il buco.

Quindi desistette. Due giorni persi.

Non era mia abitudine perdere tempo, ma quella per me era una situazione difficile da superare da solo. Pensai di chiamare Alfredo “su attu”. Un elemento pazzoide conosciuto in un campo nel deserto. Pazzoide per me. Lui sapeva bene cosa stava facendo, perché lo faceva e, in caso di necessità, come venir fuori dalle situazioni avverse. Un gatto. Arrivò il mattino seguente, di buon’ora, col sole a picco…

Di buon’ora…

Si… più o meno verso le undici. Illuminai il cunicolo fino all’affaccio e lui si mise a ferrare la parete. Scendemmo in coppia e dopo esserci calati di una decina di metri, Alfredo accese la sua torcia. Illuminò a giorno il sottostante. Uno spettacolo!

Cosa vedeste?

Nulla!

Come: nulla!

Niente, il buco faceva un gomito sotto di noi che raggiungemmo, ritrovandoci su un secondo affaccio. Questa volta si trattava di un belvedere. Ma che ore abbiamo fatto? Sono un po’ stanco.

Eh si, è tardi. Sarà meglio che vada vista l’ora…

Bene. Sa, alla mia età. Magari ci vediamo domani. Ah, se incontra la mia dirimpettaia, e vedrà che l’incontrerà di sicuro dato che è sempre dietro la porta ad origliare, le dica che il pasto era veramente buono. Non sia mai che si offenda!

Certo riferirò. Non so però se domani potrò venire da lei perché devo assolutamente finire un altro pezzo prima.

Prima di cosa?

Prima che l’editore mi scortichi vivo!

Ci vediamo. Stia comodo, conosco la strada.

 

Buonasera signorina

Buonasera. Come sta suo padre?

Mio padre? Un grande! Questa volta pensava che fossi un giornalista.

Un giornalista? E dire che non gli diamo medicine. La malattia è benevola con lui. Altre persone siamo costrette a sedarle. Lui, invece, possiede una fantasia oltremodo… fantastica: ha sempre qualcosa da raccontare e non chiede mai: e tu chi sei?

Si, la sua vecchiaia è proprio fantastica. Vive in un mondo fantastico e mi fa vivere in un mondo fantastico. E’ un genio.

Ci vediamo la settimana prossima?

Purtroppo, prima non posso. Ma stia sicura che verrò a trovarlo!

Janas la fatina del bosco

Tanti e tanti anni fa che or più non so, viveva, nel bosco di Olzai, una fatina di nome Janas. Esile, pallida, passeggiava sulla riva del lago di Cucchinadorza tra gli arbusti di mirto e gli alberi di corbezzolo rossi di frutti. Tutt’attorno si spandeva il profumo dell’ elicriso ed una gibigiana di luci creava un’atmosfera sospesa tra il sogno e la realtà. Con i pensieri volti all’infinito si trovò d’un tratto a rimirar le immagini distorte riflesse dal lago, fra le quali spiccava quella di Tanu, la gazza. “Ciao bella fatina” disse Tanu facendo mostra del suo bel vestito appena allisciato “come mai sei così lontana dal tuo bosco?” “Mah” rispose Janas “in verità sto cercando Millo”. “Millo? che nome buffo. E come mai lo cerchi?” “Ho da dargli un’ambasciata da parte di…” Da parte di chi?” chiese Tanu con accesa curiosità. ” Janas diventò un pò rossa (cosa alquanto rara per una fata) e disse: “mmm… non posso dirti di più”. ” Non me la conti giusta” disse Tanu con tono di chi vuole scoprire a tutti i costi le cose ed incalzante continua “oggi sei più luminosa del solito, non sarà mica che… no, non posso neppur pensarlo”.

Janas vedendo la curiosità di Tanu un pò troppo accesa, si girò di scatto e disse “ora non posso trattenermi oltre. Devo andare. Ho fretta”. La fata scivola dolce su un velo di foglie e col vento vola via. Tanu spicca immediatamente il volo faccendo sfoggio della sua abilità in quello acrobatico, cabrando e picchiando di continuo come se dovesse sfuggire al suo più acerrimo nemico quando, in un passaggio a volo radente riconosce, impressa su d’una foglia, il viso di Orrios, il signore del lago. Pone subito le ali fronte al vento per arrestarsi seduta stante e, dolcemente, si posa a controllar da vicino. “Questo è un incantesimo” pensa Tanu “ma fatto da chi?”. Col suo becco raccoglie la foglia e con il tipico passo saltellante si avvia con l’intento di trovare un nascondiglio sicuro ove riporre il tesoro quando, d’improvviso, s’imbatte in Allestru, un cinghiale ormai vecchio che conosce Janas fin da giovane, fin da quando lei lo salvò dalle grinfie di un cacciatore. “Salve Allestru, ho veduto da qui a poco Janas. Sapete per caso come mai è così lontana dal suo bosco?”. “Salve Tanu” rispose con voce grossa il cinghiale “io so ciò che tu vuoi sapere, ma ho fatto giuramento di non parlarne con alcuno”. “Ma come” incalza Tanu ” sai ciò che io bramo sapere e tu…” “non insistere” ribatté Allestru “ora vado di fretta e…”. “Aspetta, aspetta” con tono implorante Tanu riprova “aspetta dimmi…”. Ma Allestru è già scappato.

Nel mentre la fata, sicura di non essere seguita, si avvicina all’altra sponda del lago e timidamente mormora: “dimmi, tu che specchi e riluci, poss’io amar qualcuno?”. ” Il cuor tuo ciò sa” risponde il lago con voce soave e gentile “non è forse vero che il tuo cuore batte più forte di questi giorni?”. “Bé, sai, non me ne sono accorta…” risponde Janas con voce un poco turbata. Il lago incalzante soggiunge “Non hai forse inciso il suo volto su di un faggio… sulla riva opposta… le cui foglie… cadendo…”. “Oh, basta!” interviene Janas “tu pensi ciò che non è…” “ti chiedevo solo se una fata poteva amare” e con voce sempre più sconsolata continua “non ho mai udito di fate innamorate e visto che noi facciamo tante magie per gli altri… bé mi chiedevo se…”. “Ah NO” irrompe con voce tonante Aiaia “non ti venga in mente una cosa simile”. Immensa nella sua potenza, Aiaia si fa presto largo fra le felci e le orchidee selvatiche che adornano quel lato del lago dirigendosi con fare imperioso verso Janas. “Oh fata di tutte le fate. Io non volevo… chiedevo solo…”.” So cosa stavi cercando di fare, volevi chiedere l’intervento del lago per saper del cuore di Orrios” ribatté con forza Aiaia. “Ora vai, torna al tuo bosco e ricorda che le fate, l’amore lo donano per gli altri e non se lo tengono per sé”.

Giuochicchiando nervosamente con la sua bacchetta Janas quasi tremante non attende più e, tosto, fa ritorno al suo bosco. Lungo strada incontra nuovamente Tanu che, con la foglia fra le zampe e con occhio pensante le domanda: “Janas hai mai visto una cosa simile? L’hai fatta tu? E per quale donzella?”. “Uhh, quante domande, saresti dovuto nascere merlo e non gazza” risponde Janas. “A proposito, non sai mica dov’è finita la mia coroncina? sai l’avevo posata su d’una roccia per dissetarmi e quando mi sono levata non l’ho più trovata… al dunque?”. “Bè, sai… volevo giuocarti uno scherzo… è da un pò che passi dritta senza vedermi… allora dimmi della foglia di tasso”. “Della foglia di tasso? Come… fai vedere!” dice con voce incredula la fata.” Eh no” ribatte Tanu “se vuoi veder la foglia mi devi dire…”. “Fermo!” l’interrompe Janas “un altro fiato e… ma non vedi che qualcuno è in pena e che cerca disperatamente il suo amore… io devo sapere chi è per aiutarlo…”. “Ah ah ha” ride Tanu “una fata che ha bisogno di me, della foglia che ho trovato… oh oh, allora avevo intuito bene già prima”.”Smetti Tanu, ti lascio ridere di me, ma non approfittarne…”. ” Janas !! ” le fa da dietro Aiaia “ma allora tu … è proprio vero…”. Nel mentre il lago, che ovunque d’intorno alle sue sponde ode, richiama l’attenzione di Orrios, padrone suo e delle terre e dei boschi di sughere che si estendono da lì a perdita d’occhio ad est e ad ovest, a sud ed a nord, che, intento a controllare che alcun estraneo metta piede sulle sue proprietà, si ferma per far abbeverare il suo baldo destriero, e gli sussurra “signore, signore… d’una fata ho udito i desideri…”.

“Cooome?” risponde Orrios “bada a non burlarti di me, oppure io…”. “Mai lo potrei fare” dice impaurito il lago “so bene cosa m’attenderebbe per una simil offesa”. “Parla dunque”. “Allora, uhm dunque, conoscerà di sicuro Janas, la fata del bosco di Olzai…”. ” Vieni al dunque, non ho molto tempo” lo incalza Orrios. “Si, bene… mi stava chiedendo…” “Chi?” “la fata, Janas… dicevo, mi stava chiedendo se anche le fate possano… insomma…” “Senti mi stai facendo perdere troppo tempo e sto perdendo la pazienza” “Ebbene è innamorata di Voi… oh adesso l’ho detto e mi sono liberato di un macigno”. “Sull’acqua i macigni non gravano… ma se mi hai preso in giro ti prosciugo e lascio che il sole spacchi il tuo letto” disse con fermezza Orrios richiamando con le briglie il cavallo e facendolo ripartire al piccolo trotto cercando di riprendere il tempo perduto. Districandosi nella sempre più fitta boscaglia Orrios ed il suo cavallo giungono in una piana ove il prato con i suoi ranuncoli la fanno da padroni. Un giuoco di colori che i variegati fiori si divertono a modificare di volta in volta che gli insetti fanno loro visita. Ed è proprio qui che Orrios ne approfitta per smontare da cavallo e per sdraiarsi supino lasciandosi coccolare dal tepore del sole che fa capolino fra le fronde di un gigantesco salice che vive proprio al centro della piana. Con gli occhi rivolti verso il cielo a contemplar le nuvole scorge un’ombra sul suo naso. E’ la farfalla dorata che di tanto in tanto svolazza da quelle parti. “Ehilà Mariposa… hai mica sentito parlar di una fata innamorata…” “Salve Orrios” risponde la farfalla gongolante “Si. Ho udito delle voci a tal proposito, ma pare che vi sia un problema…” ” Ovvero?… su Mariposa, non farmi stare sulle spine… dimmi…” “Non so, pare si tratti di foglie di tasso e di faggio… di più non so. Ma puoi chiedere a Tanu, la gazza. Ora però ti lascio, devo ancora salutare il cisto e tutti gli altri che tanto gentilmente m’accolgono…” Così Mariposa apre le ali e con volo incerto si dirige verso il cisto. “Grazie Mariposa, vedrò di interrogare Tanu (e così vedo anche di recuperare il mio orologio d’oro)” pensa fra se Orrios. Riposate le stanche membra Orrios si alza in piedi, accarezza il suo cavallo, prende la briglia e con un’agile balzo gli monta in sella per riprendere il giro di ronda.

Ecco che, posato su d’un ramo, Tanu viene preso di sorpresa da Orrios: “Tanu, amico caro…”. Con voce balbettante ed assai cauta la gazza risponde ” Cercavo giusto te Orrios. Ecco il tuo orologio, sai l’ho trovato…”. ” Si,si” ribatte Orrios “ma dimmi… ho parlato con Mariposa…”. ” Sono due, sooono due” anticipa Tanu “ma non chiedete a me, io sono una gazza non un merlo” e di filato Tanu vola via dicendo “Chiedete ad Allestru, lui saprà dirvi”. “Allestru? mi è già scappato una volta… e poi ora vive nel bosco di Olzai… o no?” Ma Tanu è già lontano e non può rispondergli. Orrios rimugina su quanto fin’ora sentito “ma se Tanu ha visto Allestru, vuol dire che il vecchio è qui e, forse, se mi vede senza fucile… eccolo” Orrios si acquatta sul terreno e tende un’imboscata al vecchio cinghiale. “Ebbene…” dice saltando di fronte ad Allestru “come mai vi siete spinto così lontano dal vostro bosco… “. “Oh, siete voi, senza fucile? non devo aver paura quindi” risponde il cinghiale. “Ma no, ormai son tempi andati… piuttosto… sapete di una fata … ” “Uh… anche voi… ma sapete che state diventando un po’ troppo curiosi e pettegoli?”. ” Non esagerate” rispose con voce grossa Orrios “sapete bene che non dovete stuzzicarmi… ma dite” continuò cambiando il tono della voce “che c’è di vero… fra il tasso ed il faggio?” “Eh come la prendete alla lontana…” disse schernendo Orrios “vorreste sapere se… oh mamma mia…arriva Aiaia… via via via”. “Ma come…” dice stupito Orrios. “Anche voi qui?” domanda Aiaia “v’è dunque un raduno del pettegolezzo quest’oggi”. “Vedete…mentre andavo… ho visto una vecchia conoscenza…”. “Un mancato banchetto vorreste dire”. “In effetti…”. “Volevo sapere di un tasso e d’un faggio… sapete ho sognato d’una creatura le vesti…”. “E vi son piaciute?” . “Le ho vedute librarsi nell’aria che mi parean fatate…”. “L’ho visto nei vostri occhi il suo amor per te Orrios, ma…”. “Allora è vero, quel che ho veduto non era un sogno” dice entusiasta Orrios. “Si, è vero” risponde dolcemente Aiaia “ma colei che vi ama è una fata…”. “Che sia Janas, ditemi che è lei…”. “E’ lei, ma v’è un ostacolo… il tasso, l’albero le cui fronde non offrono riparo ad alcun uccello”.

“Se il problema è il tasso… lo taglierò” disse con fierezza Orrios. “Il tasso è l’albero delle fate giovani, tagliandolo riservereste a Janas una fine orrenda: verrebbe cacciata dal bosco di Olzai e bandita per sempre.” .” Ma se il tasso è l’albero che vi protegge, il faggio…” “Il faggio è l’albero rivelatore dell’amore, e per le fate è lo specchio del cuore. Tanto forte è l’amore tanto più segnato sarà il faggio… ed il faggio del lago piange foglie del tuo volto incise”. “Come può una fata innamorarsi?” chiede dubbioso Orrios. Aiaia lo guarda negli occhi e dice: “Del mondo delle fate Janas non è ancora, ma forse…presto, purtroppo, lo sarà. Perciò può vagare ed uscire ogni tanto dal suo bosco, piangere e parlare di cose con Cucchinadorza… se l’ami veramente come lei ama te… insomma non posso mica dirti tutto io… però stai attento: al passaggio di Carrasegare nasconditi perchè lui vuole il cuore di Janas ed ha giurato di uccidere chiunque osi avvicinarsi a lei”. “Chi protegge Carrasegare?” chiede Orrios pensando già a come disfarsi di costui. “Il potente tasso. Fate attenzione dunque se vi capita d’incontrarlo”. “Se mi capita d’incontrarlo lo affronto in duello e vedremo …” dice Orrios gonfiando il petto e dirigendosi verso il bosco di Olzai.

A quelle parole Aiaia svanisce lasciando Orrios ai suoi pensieri. L’incedere frettoloso di Orrios fa svegliare, a pochi passi dall’ingresso del bosco, Grodde la volpe che, indispettita dal gran fracasso, insorge “Eilà, tu… siii proprio tu… ti è mai venuto in mente che c’è qualcuno che vorrebbe riposare in questo dannato posto?”. Orrios girandosi di scatto esclama, con voce imperiosa: “Bada a te topo gigante, oggi non sono tanto per la quale… gira a largo se non vuoi che col tuo pelo mi faccia dei calzari”. “Perbacco” ribatte Grodde “intuisco che tu stia andando in cerca di guai… è che oggi mi trovi in buona e poi so che c’è Carrasegare nei dintorni e non ho nessuna intenzione di attirare la sua attenzione!!”. “Carrasegare!?! ” esclama Orrios “dov’è quel vile che tiene prigioniero il cuore della mia Janas?” continua ad inveire mentre guardingo si addentra nella foresta. Ed ecco, d’un tratto, un losco figuro che s’aggira al limitar del bosco. E’ lui, Carrasegare. Tre metri d’altezza e due spalle come montagne di granito. “Addentrati” urla Carrasegare ad Orrios “voglio vedere negli occhi chi osa avanzare pretese sulla mia Janas”. “Eccomi, son qua” con voce ferma sentenzia Orrios “Il mio cuore batte per Janas ed il suo per me… a noi vile creatura…” Orrios non fa in tempo a finire la frase che Carrasegare sguaina la sua immane durlindana, la fà volteggiare sul suo capo e poi sferra un colpo che spacca in due i calzari di Orrios. “Tu, come puoi tu cercare di frapporti fra me e Janas, nanerottolo!!…” E giù un altro colpo che spezza in due la spada dello spaurito Orrios. “Tutta qui” insiste il gigante “la bramosia di rubarmi il cuore di Janas?”. Dopo un breve attimo di sgomento ecco che Orrios richiama l’attenzione di Aiaia “Oh fata di tutte le fate, date al mio spirito la forza del leone ed al mio braccio la potenza del fulmine”.

Ed ecco che, come d’incanto, l’arma brandita con tanto ardore da Orrios s’illumina e volteggia e si schianta sulla roccia su cui poggia il braccio del gigante. “Vedi che il cuor mio di forza s’impone e di rabbia scaglia tutto il mio amor per Janas se sol’io penso a lei” urla in un grido di lotta Orrios “Anche se di mezza spada per opera tua dispongo, la mia vita arrischio per la di lei sorte… io l’amo ed a te…” D’un tratto un fendente al costato interrompe il suo fiato, ed il suo ardor vien meno quand’anche s’accascia, incredulo, col sangue che sgorga dalla sua profonda ferita. “Al dunque, Orrios” con voce possente esclama Carrasegare “Sol di questo amore tu potria disporre?… per una fata ben altro ci vuole” e chinandosi su di lui il gigante, con voce compassionevole dice “Vedi Orrios quanto sei piccolo!!!”. “Oh no, caro mio… d’astuzia giuocai in virtù di quanto Grodde mi disse prima di entrare nel bosco “ricordati di quel che la fata madre t’ha rivelato su Janas” e così, siccome colei che amo per divenir fata perire dovrà, così anch’io, per mano tua, seguo lo stesso destino”.

Aiaia, che in disparte ha seguito l’indicibile lotta, s’avvicina, con al suo fianco Janas e dice “Dalla tua speranza, Orrios, prendo un ramo, dal germoglio che verrà prenderò il suo cuore cosicchè , dall’infinito amore, sgorgherà più bella l’anima le cui sembianze saranno quelle di Janas. Di fate e di maghi i templi son pieni, ma di cuori sereni ben pochi vi sono. Ciò che tu vedesti, in verità, della tua vita si poneva lo scopo e Janas null’altro era se non la voglia di essere grande. Così io vi lascio, abbracciati l’uno all’altra in attesa del sorgere del sole.”.
Di funghi e di fiori ancor posso dirvi ma di Janas e di Orrios già tutto sapete. Dalla vita e dall’amore, cos’altro volete?