L’alibi di Epiteto

Ricordo gli ultimi giorni di scuola come fossero gli ultimi giorni di galera. Ricordo ancora l’ultimo colloquio fra il preside ed i miei genitori che ne uscirono sconvolti dalle prospettive future di avere un figlio con una cultura superiore alla media. Media era intesa come scuola media inferiore. Ricordo le sue parole: “Vostro figlio ha due sole reali possibilità di vita futura in questa società: farsi prete o entrare in politica”. Mio padre fabbro e mia madre al servizio di una signora ormai novantenne, scossero la testa e mi guardarono con occhi pieni di vergogna. Un laconico “figlio mio” da parte di mio padre che sembrava una delle sue martellate sul ferro incandescente, ed una stretta di mano al preside sancivano la mia ignoranza.

Oggi sono qui perché ho scelto una delle due opzioni prospettatemi. Quale? No, proprio politico no. Cadere così in basso avrebbe avvilito ancora di più i miei genitori.

Deciso a prendere in mano il mio futuro, dissi ai miei che andavo a farmi prete. Ciò avrebbe comportato un certo periodo di “silenzio di comunicazione”, che loro accettarono anche se con un po’ di tristezza. Aiutato da don Ferdinando Casula, che mi diede tutti gli indirizzi ed i nomi ai quali avrei dovuto rivolgermi, partii senza guardarmi indietro, conscio che a destinazione non sarei mai arrivato. Feci parecchi chilometri in treno, e parecchie campagne passavano davanti ai miei occhi senza che destassero in me la voglia di sapere dove fossi. Per questo quando il treno si fermò per far salire un anziano viaggiatore, presi al balzo l’offerta sul piatto: un villaggio di campagna. Poca gente, sicuramente anziana, che non mi avrebbe fatto troppe domande sulla vita di Gesù.

Scesi al volo con la mia valigia contenete, fra le altre cose, una mantella simile a quella usata dai Pallottini, che indossai nel retro di quel grosso cespuglio che svolgeva la funzione di pensilina della stazione. Ero finalmente in mezzo al nulla. Sapevo che in mezzo a quel nulla, avrei sicuramente trovato una chiesetta campestre, diroccata, che avrebbe fatto al caso mio. Orgoglioso del mio abito, mi incamminai in quella landa desolata alla ricerca di ruderi che potessi rimettere a posto in poco tempo. Mi sarebbe servito proprio quello che andavo ad intravvedere: un vecchio sito minerario quasi completamente distrutto dove vivevano quattro famiglie di agricoltori e due di pastori lontani anni luce dalla città. Mi avvicinai a quel sito fantasma con grande cautela cercando di scorgere quanto prima la chiesetta. C’è sempre una chiesa in un villaggio di minatori. Ed ecco, giustappunto, quattro mura diroccate su una collinetta, posta in disparte rispetto al villaggio. Sarebbe stata la mia chiesa.

Padre, padre”. Una voce mi chiamava da un casa del villaggio sottostante facendomi rizzare i capelli, i peli e le dita delle mani. Mi voltai dopo aver preso un bel respiro e vidi una donnina alta poco più di un metro e sessanta, rotondetta.

Padre, si è perso?

No, figlia mia. Sono stato mandato per sistemare la chiesa. Risposi con imbarazzante sicurezza.

Padre, ma non ha nulla con sé. Ha mangiato? Non credo. Venga, venga.

Mi guidò ad una costruzione fatiscente dove stavano preparando il mangiare per le bestie.

Non si preoccupi, padre, non le offrirò certo il mangiare del bestiame. Venga venga con me. Si accomodi. Un po’ di zuppa calda e qualche patata la possiamo benissimo dividere con lei.

Sono veramente emozionato per l’accoglienza.

Mi trattarono come fossi stato un vero prete ed io me ne rallegrai così tanto che mi immedesimai subito in quella grande persona che deve essere un prete.

Non si offenda, padre, ma qui siamo quattro gatti e per di più non andiamo in chiesa da sempre: l’hanno spedita qui per punizione?

Persona pseudo ignorante che fa subito domande a trabocchetto, pensai. Ma ecco che incalza con un’altra domanda ancor più difficile

Padre… padre?

Sono padre Epiteto, dell’apostolato cattolico dei Pallottini. Il perché mi venne in mente quel nome non lo so. Mi piaceva il suono. Lo sentii dire a mio padre in una conversazione con mio zio. Parlavano di ladri ed imbroglioni. Penso si riferisse ad uno di loro.

Epiteto? Strano nome

Quando prendiamo i voti dobbiamo lasciare ciò che abbiamo per una vita nuova. Così ho deciso di prendere il nome di Epiteto.

Epiteto. Davvero un nome particolare.

Adesso è meglio che vada a sistemarmi lassù. Avrò un gran da fare.

Bene padre. Padre Epiteto. Magari passerò più tardi con mio marito per farle visita. Ah io sono Michela. Mio marito si chiama Antonio.

Bene, se avrete tempo mi farà piacere accogliervi in quel che resta della vecchia chiesa.

Mi incamminai in gran fretta verso quel rudere cercando di non farmi prendere in contropiede da altri “fedeli” curiosi. Mi ero talmente trasformato che in certi momenti mi ponevo il problema della preghiera. Stavo iniziando a deragliare!

Fortunatamente quella sera non si fece vivo nessuno, forse credevano che non ci fossi dato che non accesi neppure un fuoco. La luna mi faceva da lampione ed i miei occhi non facevano alcuno sforzo per vedere quel poco da mangiare che mi ero portato dietro per il viaggio. In valigia, fortunatamente, ci trovai anche la Bibbia di famiglia. Fu una tragedia: ricordi, rimorsi… Un guazzabuglio nello stomaco che mi faceva promettere ad alta voce cose del tipo

Finirò la tua casa, o Signore, in tre giorni e prometto di servirti ed onorarti e di pregarti per la salute dei miei anziani genitori.

E giù un acquazzone di lacrime frutto della tensione accumulata nell’arco della giornata. Il problema era che da quel punto non sarei più potuto tornare indietro. Trenta occhi mi facevano la guardia. L’intero bestiame umano di quello sputo di villaggio mi teneva d’occhio. Mi ero messo nei guai e al momento non sapevo come uscirne. Comunque mi ritenni fortunato al momento: era solo martedì e la domenica era lontana. L’indomani il risveglio mi fu dato da una leccata sul viso da parte di una capra che andava al pascolo. A parte lo spavento iniziale, ne fui felice così potei mettermi subito a rimettere a posto i muri del rudere. La mattinata trascorse senza vedere anima viva. Solo l’acqua della sorgente ed il vento fra le foglie dell’albero dentro le mura mi tenevano compagnia.
I giorni passavano ed i villici facevano a turno per portarmi chi qualche patata, chi le bietole e qualcuno il pane. Nessuno però veniva da me per chiedere di celebrare messa. Per mia fortuna.
Lavoravo sodo tutti i giorni e dopo due mesi avevo finito i mattoni di pietra ed anche le mura della chiesa. Mancava solo il tetto ma non sapevo come farlo: non avevo materiale. La cosa che mi spaventava di più è che la bella stagione stava per finire e le piogge, presto si sarebbero fatte vive.

Padre, Padre.   Vidi Michela che veniva su di corsa   Padre, vorremmo che Lei stasera cenasse con noi tutti.

Voi tutti…?

Si, tutta la comunità. Vorremmo sottoporle una proposta. Se Lei è d’accordo.

Va bene, figliola. Non potrò certamente mancare.

La cosa si faceva preoccupante. Si trattava di un battesimo, di una comunione… di cosa? Tremavo al pensiero di venire linciato. Mi avevano sempre detto che le bugie hanno le gambe corte e che i portatori di bugie hanno una vita breve. Quindi, il dilemma era se presentarmi a quell’invito o scappare il prima possibile.

Scese la sera e decisi di incamminarmi verso casa di Michela. Mi calai talmente tanto nella parte che sembravo un politico ad un comizio. Avrei potuto dire tutto ciò che volevo senza che la mia coscienza venisse intaccata. Bussai alla porta e Michela mi accolse con un sorriso, presentandomi alla tavolata. Tutto il paese era seduto li, attorno alla tavola imbandita in un fienile, il cui olezzo mi fece cambiare di colore il viso.

Padre. Benvenuto, Si accomodi. Venga, venga.

Qui a capotavola? Ma io

Si, si. Questo è il suo posto

Una voce baritonale si levò dal fondo intimando: Basta che non ci faccia fare la preghiera di inizio e potrà stare al suo posto.

Erminio!    Lo riprese la moglie

Non si preocupi…

Maria Bonaria è il mio nome Padre.

Non si preoccupi Maria Bonaria, preferisco che diciate ciò che pensate piuttosto che essere pugnalato alle spalle.

Iniziammo a mangiare, fortunatamente senza che qualcuno avesse obiettato alla richiesta di Erminio. Ero più sollevato. Per salvare le apparenze mi raccolsi come se stessi ringraziando per il pasto, ed in un certo senso lo stavo facendo.

Bene, dopo questo lauto pasto del quale vi ringrazio, Michela mi ha detto che volevate sottopormi un quesito.

Si, signor Padre. Io sono Vincenzo e la vedo tutti i giorni, la vediamo tutti i giorni ricostruire da solo quella catapecchia. Non ha mai chiesto l’aiuto di nessuno e, giustamente, nessuno si è mai offerto di aiutarla. Forse Lei sta facendo ammenda per qualcosa e vuole sbrigarsela da solo. Non è nostra intenzione arrecarle disturbo, però…

Quel però fu una fucilata a “balla sola” in pieno petto

adesso è venuto il momento, questa è la nostra proposta, di offrirle una domenica di riposo mentre noi mettiamo su il tetto.

Non mi parve vero, tant’è che sarei potuto svenire. La fucilata era a salve ed avrei avuto un tetto sulla testa

Accetto di buon grado la vostra offerta. Ringrazio il Signore e voi tutti.

Mi alzai e strinsi le mani a tutti i commensali. Di li a poco levai il disturbo ed andai alla chiesa.
Il giorno dopo di mattino presto, saranno state le sette, venni svegliato da un rumore di automobile. Mi alzai e vidi che un fuoristrada si era parcheggiato proprio davanti all’ingresso della chiesa. Uscirono due uomini in nero, con vestaglie lunghe ed un copricapo viola. Capii subito che è vero che le menzogne hanno le gambe corte, e iene ed avvoltoi se ne approfittano. Si avvicinarono a me guardandosi intorno.

Buongiorno padre… padre?

Epiteto. Sono padre Epiteto, dell’apostolato cattolico dei Pallottini.

Padre Epiteto, io sono monsignor Tanca e qui, affianco a me, monsignor Arrexina.

Non mi misi a ridere perchè ero curioso di vedere quale giro di parole avrebbero usato per smascherami, ma comunque pensai a quei due conoscenti dei miei genitori i cui cognomi erano uno Piras e l’altro De Campus.

E’ un piacere fare la vostra conoscenza. In cosa posso aiutarvi?

Facevo così bene il finto tonto che avrei potuto recitare in teatro.

Vede, padre Epiteto, è da tempo che la teniamo d’occhio tramite i nostri fedeli timorati di Dio, che vedono in Lei un religioso fuori dal comune: niente prediche, niente messe, né benedizioni. Noi abbiamo visto con quale cura ha restaurato questa chiesa, in questo villaggio di miniera, abbandonato dai minatori ma non dai pastori e dagli agricoltori. Ci dica: dato che fra i Pallottini non esiste un padre Epiteto, Lei perché porta quell’abito?

Reclamavano una loro proprietà abbandonata da anni e per di più diroccata, praticamente rasa al suolo dagli anni e dalle intemperie. Tra l’altro non sapevo neanche se fosse effettivamente loro o della miniera.

Vedete, finita l’università, il rettore Casula disse ai miei genitori che avrei potuto trovare le porte aperte da qualsiasi parte io fossi andato a bussare. Avrei dovuto evitare solo due professioni: quella del prete e quella del politico. “Gli avvoltoi volano alti, le iene se la ridono. Entrambi si cibano di chi si affanna per trovare da mangiare per se e la propria famiglia”.
Trovai quelle frasi un po’ eccessive. Per me erano una sfida. E così, lasciando perdere la vita del politico, decisi di provare la vita del sacerdote. Mi chiedevo fino a che punto sarei potuto arrivare spacciandomi per padre Epiteto.

Ed è questo il punto di arrivo.

 

 

 

 

 

La Bicicletta

Prima in legno
e poi
in acciaio alluminio e titanio,
infine in carbonio.
Domani ci penserà il demonio.

Dal fuoco i cerchi, dal sole i raggi.
Sempre gli stessi i suoi messaggi:
con due pedali, una sella ed un manubrio
fra strada e terra ecco il connubio.

Sudore gambe e cuore per il corridore,
Sudore gambe e cuore per l’amatore.
E chi l’usa solo per delizia, crepi l’avarizia
un cesto davanti ed uno dietro ed è presto fatto
per portare a spasso un cane od un gatto.

E chi l’usa per cercar l’amore

forse meglio non sudare.

Urla Di Femmine Morte

In un sonno profondo
Voci indistinte ma familiari
Mi trattengono.

In questo sonno profondo
Grida di madri, figlie e sorelle
Mi dicono che non devo andare.

Nel mio sonno profondo
Mi getto nel buio
E scorgo mia moglie.

Del sonno sono oramai sul fondo
Mani gracili e nude mi trattengono
Impedendomi di tornare ad offendere.

Urla di femmine morte
Fermano il mio cuore.
Trattengo il respiro…

 

La pittura

Di un tratto,

dato come uno sbaffo buffo,

si può ammirare l’armonia, la semplicità, il colore.

Solo l’autore ne conosce il vero significato,

ma lo si può immaginare, interpretare, ammirare

ed è per ciò che lo spettatore

ne rimane incuriosito, ammaliato, affascinato.

Senza lavoro

Appoggiato al muro con un piede e l’altro a terra per tenersi in equilibrio, si fumava una fetida sigaretta, di quelle raccattate, elemosinate al passante che pur di levarselo di torno gli lasciava il pacchetto con le ultime rimaste. L’occhio fumante, leggermente strizzato, infastidito dalle esalazioni, ricercava tra la gente una figura conosciuta con la quale aveva appuntamento. Era il terzo giorno che faceva la posta. Un po’ troppi per non pensare che, forse, l’incontro era sfumato. Ma, in fondo, giacchè null’altro aveva da fare, perdere tempo a ciondolar per strada era diventato il suo passatempo preferito. Da quella posizione poteva vedere i ruderi che andavano a frugare fra i cassonetti per vedere se era rimasto qualcosa delle altrui libagioni, ma gli pareva che i risultati delle affannose ricerche non dessero i frutti sperati. Ogni tanto qualche passante ossessionato dalle continue richieste di “fastidiosi spiccioli”, con voce imperiosa urlava: ma vai a lavorare… io alla tua età….. . Si, quello alla sua età era in periodo post bellico, ma ora, qui, siamo in pieno periodo bellico: lavoro zero o lavoro nero, ricchi e poveri con in mezzo il nulla. Quella è Rachele, ogni giorno entra nel negozio d’abbigliamento, guarda con falso disgusto i capi e ne esce mugugnando perchè non sono cuciti a modo, hanno un taglio un po’ così. Ecco la “signora tuoni e fulmini” vestita con colori sgargianti e quel suo cappello anni andati, di colore viola. Il suo rossetto rosso fuoco che le dipinge le sottili labbra ultra ottantenni scavate dalle rughe, le dona un non so che di sana pazzia, che rievoca tempi migliori ed amori focosi. Si è fatto mezzodì, “pantegana malandata” ha bevuto il suo ultimo bicchierino e ritorna a casa strisciando sul muro raccogliendovi ogni schifezza appiccicata, tanto da lasciare sulla manica della giacca il ricordo indelebile di una gomma da masticare. Ma sì, anche oggi la giornata è passata. Scolla la scarpa dal muro e con passo incerto si avvia nella sua dimora sotto il ponte. Almeno lì c’è fresco.

L’infinito si ripresenta

L’infinito esiste?

Certo! Si ripresenta ogni volta che si ripropone la domanda.

Quindi il finito non esiste? Neppure la vita?

Il temine vita ha una fine, ma ciò che aggrega quella che noi chiamiamo vita, no.

Quindi Lei fa l’archeologo perché crede che esista l’infinito?

Credo che, come già una persona più illustre di me disse, tutto si trasforma e, quindi, non si ha mai un inizio od una fine. Questo è il mio pensiero, ed è per questo che cerco di capire le trasformazioni che hanno subito i popoli, le strutture e tutto ciò che è arrivato nel presente.

Infinito è sinonimo di eterno?

No! A mio parere la definizione di eterno si potrebbe applicare ad uno stato dell’infinito che non muta. La vita sarebbe eterna se non cessassimo di muoverci in modo macroscopico. E’ infinita perché la vita atomica, pur disperdendosi, continua nella sua trasformazione.

Quali sono le sue scoperte che le hanno dato più soddisfazione. Uso il plurale perché capisco che ogni scoperta sia un evento magnifico. Più precisamente. Preferisce ritrovare resti umani, resti animali o templi… o nuraghi?

Quella che mi diede più soddisfazione fu quella del ritrovamento della città sepolta di Benidore.

Mi scusi l’ignoranza ma questa sua scoperta non la conosco.

Non l’ho resa pubblica e non vi sono appunti di dove si trova. Niente coordinate.

Perché tenerla segreta?

Perché si tratta di una città stupendamente conservata dentro una cavità sotterranea il cui accesso oltre che ben occultato è difficilmente superabile. E, aggiungerei difficilmente immaginabile.

Quindi Lei fa la scoperta del millennio, ma non dice niente a nessuno. Solo… a me?

Si, qualcuno deve saperlo prima che io “vada avanti”: a novantacinque anni ed ormai impossibilitato a scrivere da questa artrosi, ho deciso proprio ora che qualcuno debba sapere.

Mi racconti allora! Ho l’adrenalina che mi sta facendo scoppiare le vene. Od il cuore?

Prenda appunti. Parto da lontano sa? Mica le voglio rendere la vita facile! Mi sono laureato a ventitré anni, col massimo dei voti ovviamente. Non potevo permettermi di avere un voto diverso da quello massimo: pena andare a zappare e mungere per il resto della mia vita. Così, invece, potevo avere diritto ad una cospicua somma di denaro, che mio nonno Anghelu mi mise a disposizione per cercare le Colonne d’Ercole. Scelse lui ciò che dovetti studiare e cercare. Io accettai pur di non andare a zappare. Secondo me non avrei mai toccato un ferro dato che avrei avuto una montagna di soldi da dare a quelli che avrebbero scavato per me. Stupidaggini di un ragazzotto… oggi si direbbe… pagu bessiu. Ad ogni modo mi impegnai con differente intensità allo studio, anche se prendevo sempre trenta e lode, perché la materia iniziò a piacermi talmente tanto, ma talmente tanto che convinsi Anna a studiare con me nonostante ella fosse un anno avanti negli studi. Ad Anna piaceva moltissimo la materia e mi “incastrò” in un giro di studiosi incalliti che ogni fine settimana andavano a scavare per poi repertare ciò che trovavano. Foss’anche un ferma cravatta perduto da qualche turista. Si sa che quando inizi a bere, è difficile fermarsi. Soprattutto se il vino è buono. Difatti non riuscivo a fermarmi. Tanto che anche Anna passò la mano e mi lasciò andare per la mia “malattia”. Devo dire che non mi accorsi più di tanto dell’assenza fisica di Anna. Se dapprima ne fui attratto (le sue misure erano eccezionali così come il suo sguardo ed i suoi capelli), adesso tutto il mio interesse era rivolto al ritrovamento delle Colonne d’Ercole. Ma non quelle della letteratura greca. Le mie Colonne d’Ercole.

Ma Anna quindi la tradì? Se ne andò con uno del giro di studiosi incalliti?

Ma no, Anna non mi tradì per niente. Ero io che fantasticavo sulle sue curve. Lei voleva solo scoprire qualcosa di importante e le occorrevano persone che condividessero le sue scelte. Ma io ero troppo assetato ed andavo sempre avanti, sempre di fretta.

Quindi Anna non riusciva a stare al suo passo?

Ognuno ha il suo passo. Ognuno sviluppa un metodo di ricerca, di studio. Io non riuscivo a stare in un posto che non mi dava “segnali”.

Finalmente si laureò: massimo dei voti, baci e abbracci. Tutti familiari alla cerimonia…

No! Non avvisai nessuno. Tranne nonno Anghelu.

Perché solo lui?

Non voleva che si sapesse del “ricatto”. Lui intuì la mia diversità dal figlio e dagli altri nipoti, ma non voleva metterla in piazza. Giustamente direi. Escogitò questo sotterfugio per darmi la possibilità di diventare “grande”.

Una persona non comune!

Una persona che aveva un’altra idea dell’utilità del denaro: cultura e conoscenza. Una differenza che gli altri suoi parenti non sapevano cogliere. E che non hanno mai colto.

Torniamo al giorno dopo la laurea.

Torniamo al giorno stesso della laurea, quando mi recai da nonno che già aveva in mano un assegno, con sopra scritta una somma di danaro che mi avrebbe permesso di vivere agiatamente, molto agiatamente, senza muovere un dito per il resto della vita mia, di mia moglie e dei miei figli. Ma lui sapeva che non l’avrei tradito. La sua felicità la lessi negli occhi. Non era una persona dalla cui bocca uscissero un gran numero di parole. Ma i suoi occhi luccicavano. Penso, anzi sono sicuro, che fosse orgoglioso di me. Mi strinse la mano in modo vigoroso e mi invitò a non indugiare oltre, perché altrimenti il distacco dei miei genitori sarebbe stato ogni giorno più difficile: mi avrebbero placcato con una scusa oggi, e poi un’altra domani… Raccolsi le mie cose in una valigia e la lasciai sul letto, andai in cucina, era l’ora di pranzo, e salutai tutti scambiandoci lacrime d’addio. Salii nuovamente in camera, presi la valigia ed uscii dalla porta principale senza passare un’ultima volta per rivederli. Avevo già spiegato loro che avevo vinto una borsa di studio, e che per poterne usufruire sarei dovuto partire subito per l’iscrizione al dottorato. Non sapevano di cosa stessi parlando, e qui io fui disonesto ad approfittare della loro ignoranza. Ancora me ne vergogno.

Quindi partì. Destinazione? Londra? Parigi? Il Cairo?

Gradisce un po’ di tè? Magari con dei pasticcini?

Si grazie.

Allora faccia una cortesia: dietro di Lei c’è la cucina dove troverà un bollitore, due tazze e una scatola di tè…

Ah ah, certo. Vado e torno. Una pausa ci vuole anche per sgranchirmi le gambe, la schiena e le dita della mano.

Gli occhi invece?

E’ vero! Anche gli occhi. Ha poche fotografie in giro per la stanza. Non le va di ricordare cose dalle quali non può più avere conforto?

Le fotografie fermano il tempo e, come già le dissi all’inizio di questa nostra conversazione, io sono andato sempre di corsa. Tutt’ora penso a quello che farò domani. Se mi soffermassi su una foto, lì mi fermerei anch’io.

Questo è il fischio della teiera. Vado e torno. Eccoci nuovamente, dopo aver sorseggiato una buona tazza di tè, possiamo riprendere da… da…

Se avessi avuto la sua memoria starei ancora scavando insieme ad Anna!

Ah, si. Quindi la destinazione. Dove andò?

In Grecia, ma non a cercare le Colonne d’Ercole. Mi affascinava la storia dell’isola vulcanica Santorini. Fu sventrata intorno al 1627 avanti Cristo da un eruzione vulcanica. Mi recai quindi a Oia perché c’erano i mulini a vento. Mi sono sempre piaciuti i mulini a vento. A guardarli ci si rilassa.

Bè se era stata sventrata dall’eruzione, cosa poteva cercare?

Nella località di Akrotiri, riportarono alla luce un’antica città, quasi completamente intatta e coperta come Pompei da antiche ceneri. Il ritrovamento fu catalogato come tra i più importanti nella storia dell’archeologia.

Lei faceva parte della spedizione archeologica?

Io facevo parte delle persone che portavano l’attrezzatura. Cioè facevo quel lavoro che mai avrei pensato di fare. Ma era anche l’unico modo per iniziare a far parte del mondo degli archeologi.

Quante domande fece?

Ben poche. Osservavo, non toccavo, non chiedevo, ma ascoltavo con molta attenzione simulando la pulizia degli utensili o di qualsiasi cosa potesse non insospettire quei gelosissimi archeologi. D’altro canto una scoperta del genere… non si trattava di un coccio in terracotta, ma di una città!

Vengono i brividi a me per l’emozione… non posso immaginare il loro stato d’animo.

Ha presente quando sembra che il cuore voglia uscire dalla cavità toracica? Una cosa del genere!

Quella vicenda fu sicuramente importante per Lei, ma come la sfrutto? Segui gli scavi per tutto il periodo?

No. Ci fu un ricambio del personale. Quelli che avevano visto e sentito troppo e lavorato poco furono sostituiti. Io ero fra quelli. Decisi allora di andare un po’ in giro per l’Europa e per l’Africa sfruttando le credenziali datemi dagli archeologi ad Akrotiri, e non impiegai molto a farmi le amicizie giuste vista la passione che ponevo nel mio lavoro.

Finalmente archeologo, quindi.

Finalmente archeologo e, finalmente, messo in grado di lavorare in modo quasi indipendente.

Perché quasi?

Perché comunque la zona degli scavi era decisa da altri. Io avevo solo la possibilità di selezionare ulteriormente la particella di terreno che, secondo me, sarebbe stata più “fertile”. Mi andò bene. Molte volte portai alla luce tombe, corpi mummificati, scheletri, mura di villaggi. In qualunque parte del mondo andassi, trovavo qualcosa. Diventai famoso e riuscii ad andare con le mie forze.

I suoi genitori, e suo nonno Anghelu, sapevano delle sue scoperte?

Non ho più avuto contatti con i miei genitori, né con mio nonno Anghelu. La mia smania di trovare sempre qualcosa di più importante della scoperta precedente, mi portò a dimenticare tutti: parenti, amici. E tutti, alla fine si dimenticarono di me. Come è naturale. Ma a quel tempo non mi pesava perché ero tutto preso dagli scavi.

Ma allora…

All’ora appunto! Ore venti. In casa mia a quest’ora si cena. Le andrebbe di farmi compagnia? Ho una vaschetta di pasta al forno, un avanzo di maialetto, acqua, vino e frutta. Le va?

Ma non è che dovrò cucinare io tutte queste pietanze? Non sono granché come cuoco.

Ma no, le ha preparate la vicina, vedrà che fra poco suonerà alla porta con la cena fumante.

Cenerà con noi?

Di solito si. Ma penso che lo faccia per non farmi mangiare da solo. Sa, lavora alla Caritas.

Le chiedo scusa e mi vergono per la domanda che le sto per fare…

Nessuna vergogna: non ho più un soldo se è quello che vuole sapere. Ho speso tutto ma ho sbagliato i tempi. Bussano alla porta. Va lei a prendere le vettovaglie?

Certo. Ci penso io. Ma in che senso ha sbagliato i tempi?

Mangi che si fredda! Nel senso che non pensavo di restare in vita così a lungo e, per ora, ho sbagliato di sette anni. Ma adesso mangiamo, che il maialetto freddo non lo digerisco. Vino?

Caspita che cena!

Non ho l’ammazza caffè perché non bevo caffè.

Non è importante. Per una volta starò a dieta…

Ci trasferiamo nuovamente nella sala? Qui sulla sedia sto scomodo.

Bene! Torniamo a me! A ridosso, più o meno, dei giorni nostri.

Quindi… raggiunta la notorietà riesce ad andare avanti autonomamente e le scoperte ed i libri si “accumulano”

Si “accumulano” come dice lei, ma solo in parte. I libri li scriveva un tal Minerba sotto mia dettatura ed i proventi se li mangiavano lui e la casa editrice.

E lei non si accorse che la stavano derubando?

Non avevo tempo per controllare ciò che combinavano alle mie spalle. Me ne accorsi quando andai a pagare un fornitore che mi disse che quell’assegno non era coperto. Ed era già il terzo assegno che gli rifilavo. Io avevo la faccia in terra.

La denunciò?

No. Aveva capito che mi avevano truffato e mi offrì i soldi per tornare a casa.

A casa?

Si, anche io gli dissi: a casa? Non ricordavo neppure di aver mai avuto una casa. Fu lui che mi ricordò da dove venivo e che, forse, la casa dei miei genitori era ancora in piedi. Fu allora che mi ricordai di aver avuto un passato. Mi diede i soldi del biglietto per tornare e non volle nulla in cambio. Neppure una promessa di risarcimento.

Una persona grandiosa.

E’ l’aggettivo giusto. Comunque tornai a casa e scoprii che i miei familiari morirono tutti tentando di spegnere l’incendio appiccato al raccolto da un folle. Il parente più prossimo ero rimasto io, irrintracciabile perché sempre in giro, ma pur sempre erede. Vendetti alcune cose e spedii il ricavato con gli interessi al mio fornitore, anzi Amico, Demetrio accompagnato da una lunga lettera di scuse.

Quindi arriviamo alla scoperta?

Quindi arriviamo alla scoperta. Non vedeva l’ora vero? Ha troppa fretta.

Io? No, ma mi sembra una logica sequenza negli eventi.

Ero alla ricerca di uno dei tanti nuraghi ricoperti, ormai interrati dai secoli, per riuscire a capire perché risultassero, appunto, sotto terra. E’ chiaro che non li hanno costruiti sotto terra, ma non è chiaro come ci siano finiti.

Ah si?

Bè, per esempio, quello di S’Uraki: è un grande nuraghe quasi completamente interrato e si trova a San Vero Milis. Comunque ero intenzionato a scovarne uno non ancora scavato. Lo volevo integro, Volevo essere… il primo! Ad ogni modo, mi imbattei invece in uno spuntone roccioso di notevoli dimensioni che presentava una cavità, una sorta di tafone, ma che tale non era perché si trattava di un artefatto per occultare un ingresso. Evidentemente una parte aveva ceduto.

Quindi si era “stappato”?

Diciamo che le diverse pietre usate si erano slegate l’una dall’altra, e quella caduta aveva lasciato uno spazio sufficiente a stimolare la mia curiosità. In effetti vista di fronte, pareva non fosse un buco, ma avvicinandomi notai che di lato esso si faceva più grande sia in dimensioni che in profondità. Così per giuoco gettai un sasso all’interno, ma non udii il tonfo. Allora presi la torcia e vidi che il foro si apriva a formare un tunnel lievemente degradante. Decisi di entrare per qualche metro e mi ritrovai su un affaccio. La piccola torcia di cui ero dotato non mi permetteva di illuminare né il fondo e né le pareti.

Come, anche lei che va in giro con una pila da due soldi…

Non cercavo una caverna, cercavo muri di pietra sotto uno strato di terra. E per questo ero munito di pala. Ad ogni modo mi ripromisi di tornare attrezzato.

Ovviamente occultò l’entrata.

Rimisi in posizione la pietra caduta. Che ore sono?

E’ presto, è presto. Tornò il giorno dopo o il giorno stesso?

Tornai dopo una settimana

Una settimana?

Si, ebbi problemi di dissenteria e non potei allontanarmi dal bagno più di tanto. Passata una settimana, ripresa la forma, mi recai prima a comprare chiodi e funi e poi viveri. Arrivato nella località di… arrivato nella località, piantai la tenda come se fossi un escursionista ed iniziai a fare foto.

A fare foto? A cosa?

Al panorama! Per farmi un’idea di quello che ci sarebbe potuto essere sotto, dovevo vedere cosa c’era sopra. Essendo una valle potevo solo immaginare che quello fosse l’antico letto di un fiume. Di conseguenza sotto ci sarebbe dovuta essere acqua.

Una valle tipo quella di Lanaittu?

Tipo. Ma non si tratta di Lanaittu. Un bicchiere d’acqua?

No, grazie.

Lei forse no, ma se fosse così gentile…

Si, si. Mi scusi.

Quindi, misi il treppiede nella tenda ed andai a esplorare il cunicolo. Arrivato all’affaccio però non avevo la più pallida idea di dove chiodare i ferri e, pertanto, mi limitai a cercare di illuminare al meglio il buco.

Quindi desistette. Due giorni persi.

Non era mia abitudine perdere tempo, ma quella per me era una situazione difficile da superare da solo. Pensai di chiamare Alfredo “su attu”. Un elemento pazzoide conosciuto in un campo nel deserto. Pazzoide per me. Lui sapeva bene cosa stava facendo, perché lo faceva e, in caso di necessità, come venir fuori dalle situazioni avverse. Un gatto. Arrivò il mattino seguente, di buon’ora, col sole a picco…

Di buon’ora…

Si… più o meno verso le undici. Illuminai il cunicolo fino all’affaccio e lui si mise a ferrare la parete. Scendemmo in coppia e dopo esserci calati di una decina di metri, Alfredo accese la sua torcia. Illuminò a giorno il sottostante. Uno spettacolo!

Cosa vedeste?

Nulla!

Come: nulla!

Niente, il buco faceva un gomito sotto di noi che raggiungemmo, ritrovandoci su un secondo affaccio. Questa volta si trattava di un belvedere. Ma che ore abbiamo fatto? Sono un po’ stanco.

Eh si, è tardi. Sarà meglio che vada vista l’ora…

Bene. Sa, alla mia età. Magari ci vediamo domani. Ah, se incontra la mia dirimpettaia, e vedrà che l’incontrerà di sicuro dato che è sempre dietro la porta ad origliare, le dica che il pasto era veramente buono. Non sia mai che si offenda!

Certo riferirò. Non so però se domani potrò venire da lei perché devo assolutamente finire un altro pezzo prima.

Prima di cosa?

Prima che l’editore mi scortichi vivo!

Ci vediamo. Stia comodo, conosco la strada.

 

Buonasera signorina

Buonasera. Come sta suo padre?

Mio padre? Un grande! Questa volta pensava che fossi un giornalista.

Un giornalista? E dire che non gli diamo medicine. La malattia è benevola con lui. Altre persone siamo costrette a sedarle. Lui, invece, possiede una fantasia oltremodo… fantastica: ha sempre qualcosa da raccontare e non chiede mai: e tu chi sei?

Si, la sua vecchiaia è proprio fantastica. Vive in un mondo fantastico e mi fa vivere in un mondo fantastico. E’ un genio.

Ci vediamo la settimana prossima?

Purtroppo, prima non posso. Ma stia sicura che verrò a trovarlo!

Janas la fatina del bosco

Tanti e tanti anni fa che or più non so, viveva, nel bosco di Olzai, una fatina di nome Janas. Esile, pallida, passeggiava sulla riva del lago di Cucchinadorza tra gli arbusti di mirto e gli alberi di corbezzolo rossi di frutti. Tutt’attorno si spandeva il profumo dell’ elicriso ed una gibigiana di luci creava un’atmosfera sospesa tra il sogno e la realtà. Con i pensieri volti all’infinito si trovò d’un tratto a rimirar le immagini distorte riflesse dal lago, fra le quali spiccava quella di Tanu, la gazza. “Ciao bella fatina” disse Tanu facendo mostra del suo bel vestito appena allisciato “come mai sei così lontana dal tuo bosco?” “Mah” rispose Janas “in verità sto cercando Millo”. “Millo? che nome buffo. E come mai lo cerchi?” “Ho da dargli un’ambasciata da parte di…” Da parte di chi?” chiese Tanu con accesa curiosità. ” Janas diventò un pò rossa (cosa alquanto rara per una fata) e disse: “mmm… non posso dirti di più”. ” Non me la conti giusta” disse Tanu con tono di chi vuole scoprire a tutti i costi le cose ed incalzante continua “oggi sei più luminosa del solito, non sarà mica che… no, non posso neppur pensarlo”.

Janas vedendo la curiosità di Tanu un pò troppo accesa, si girò di scatto e disse “ora non posso trattenermi oltre. Devo andare. Ho fretta”. La fata scivola dolce su un velo di foglie e col vento vola via. Tanu spicca immediatamente il volo faccendo sfoggio della sua abilità in quello acrobatico, cabrando e picchiando di continuo come se dovesse sfuggire al suo più acerrimo nemico quando, in un passaggio a volo radente riconosce, impressa su d’una foglia, il viso di Orrios, il signore del lago. Pone subito le ali fronte al vento per arrestarsi seduta stante e, dolcemente, si posa a controllar da vicino. “Questo è un incantesimo” pensa Tanu “ma fatto da chi?”. Col suo becco raccoglie la foglia e con il tipico passo saltellante si avvia con l’intento di trovare un nascondiglio sicuro ove riporre il tesoro quando, d’improvviso, s’imbatte in Allestru, un cinghiale ormai vecchio che conosce Janas fin da giovane, fin da quando lei lo salvò dalle grinfie di un cacciatore. “Salve Allestru, ho veduto da qui a poco Janas. Sapete per caso come mai è così lontana dal suo bosco?”. “Salve Tanu” rispose con voce grossa il cinghiale “io so ciò che tu vuoi sapere, ma ho fatto giuramento di non parlarne con alcuno”. “Ma come” incalza Tanu ” sai ciò che io bramo sapere e tu…” “non insistere” ribatté Allestru “ora vado di fretta e…”. “Aspetta, aspetta” con tono implorante Tanu riprova “aspetta dimmi…”. Ma Allestru è già scappato.

Nel mentre la fata, sicura di non essere seguita, si avvicina all’altra sponda del lago e timidamente mormora: “dimmi, tu che specchi e riluci, poss’io amar qualcuno?”. ” Il cuor tuo ciò sa” risponde il lago con voce soave e gentile “non è forse vero che il tuo cuore batte più forte di questi giorni?”. “Bé, sai, non me ne sono accorta…” risponde Janas con voce un poco turbata. Il lago incalzante soggiunge “Non hai forse inciso il suo volto su di un faggio… sulla riva opposta… le cui foglie… cadendo…”. “Oh, basta!” interviene Janas “tu pensi ciò che non è…” “ti chiedevo solo se una fata poteva amare” e con voce sempre più sconsolata continua “non ho mai udito di fate innamorate e visto che noi facciamo tante magie per gli altri… bé mi chiedevo se…”. “Ah NO” irrompe con voce tonante Aiaia “non ti venga in mente una cosa simile”. Immensa nella sua potenza, Aiaia si fa presto largo fra le felci e le orchidee selvatiche che adornano quel lato del lago dirigendosi con fare imperioso verso Janas. “Oh fata di tutte le fate. Io non volevo… chiedevo solo…”.” So cosa stavi cercando di fare, volevi chiedere l’intervento del lago per saper del cuore di Orrios” ribatté con forza Aiaia. “Ora vai, torna al tuo bosco e ricorda che le fate, l’amore lo donano per gli altri e non se lo tengono per sé”.

Giuochicchiando nervosamente con la sua bacchetta Janas quasi tremante non attende più e, tosto, fa ritorno al suo bosco. Lungo strada incontra nuovamente Tanu che, con la foglia fra le zampe e con occhio pensante le domanda: “Janas hai mai visto una cosa simile? L’hai fatta tu? E per quale donzella?”. “Uhh, quante domande, saresti dovuto nascere merlo e non gazza” risponde Janas. “A proposito, non sai mica dov’è finita la mia coroncina? sai l’avevo posata su d’una roccia per dissetarmi e quando mi sono levata non l’ho più trovata… al dunque?”. “Bè, sai… volevo giuocarti uno scherzo… è da un pò che passi dritta senza vedermi… allora dimmi della foglia di tasso”. “Della foglia di tasso? Come… fai vedere!” dice con voce incredula la fata.” Eh no” ribatte Tanu “se vuoi veder la foglia mi devi dire…”. “Fermo!” l’interrompe Janas “un altro fiato e… ma non vedi che qualcuno è in pena e che cerca disperatamente il suo amore… io devo sapere chi è per aiutarlo…”. “Ah ah ha” ride Tanu “una fata che ha bisogno di me, della foglia che ho trovato… oh oh, allora avevo intuito bene già prima”.”Smetti Tanu, ti lascio ridere di me, ma non approfittarne…”. ” Janas !! ” le fa da dietro Aiaia “ma allora tu … è proprio vero…”. Nel mentre il lago, che ovunque d’intorno alle sue sponde ode, richiama l’attenzione di Orrios, padrone suo e delle terre e dei boschi di sughere che si estendono da lì a perdita d’occhio ad est e ad ovest, a sud ed a nord, che, intento a controllare che alcun estraneo metta piede sulle sue proprietà, si ferma per far abbeverare il suo baldo destriero, e gli sussurra “signore, signore… d’una fata ho udito i desideri…”.

“Cooome?” risponde Orrios “bada a non burlarti di me, oppure io…”. “Mai lo potrei fare” dice impaurito il lago “so bene cosa m’attenderebbe per una simil offesa”. “Parla dunque”. “Allora, uhm dunque, conoscerà di sicuro Janas, la fata del bosco di Olzai…”. ” Vieni al dunque, non ho molto tempo” lo incalza Orrios. “Si, bene… mi stava chiedendo…” “Chi?” “la fata, Janas… dicevo, mi stava chiedendo se anche le fate possano… insomma…” “Senti mi stai facendo perdere troppo tempo e sto perdendo la pazienza” “Ebbene è innamorata di Voi… oh adesso l’ho detto e mi sono liberato di un macigno”. “Sull’acqua i macigni non gravano… ma se mi hai preso in giro ti prosciugo e lascio che il sole spacchi il tuo letto” disse con fermezza Orrios richiamando con le briglie il cavallo e facendolo ripartire al piccolo trotto cercando di riprendere il tempo perduto. Districandosi nella sempre più fitta boscaglia Orrios ed il suo cavallo giungono in una piana ove il prato con i suoi ranuncoli la fanno da padroni. Un giuoco di colori che i variegati fiori si divertono a modificare di volta in volta che gli insetti fanno loro visita. Ed è proprio qui che Orrios ne approfitta per smontare da cavallo e per sdraiarsi supino lasciandosi coccolare dal tepore del sole che fa capolino fra le fronde di un gigantesco salice che vive proprio al centro della piana. Con gli occhi rivolti verso il cielo a contemplar le nuvole scorge un’ombra sul suo naso. E’ la farfalla dorata che di tanto in tanto svolazza da quelle parti. “Ehilà Mariposa… hai mica sentito parlar di una fata innamorata…” “Salve Orrios” risponde la farfalla gongolante “Si. Ho udito delle voci a tal proposito, ma pare che vi sia un problema…” ” Ovvero?… su Mariposa, non farmi stare sulle spine… dimmi…” “Non so, pare si tratti di foglie di tasso e di faggio… di più non so. Ma puoi chiedere a Tanu, la gazza. Ora però ti lascio, devo ancora salutare il cisto e tutti gli altri che tanto gentilmente m’accolgono…” Così Mariposa apre le ali e con volo incerto si dirige verso il cisto. “Grazie Mariposa, vedrò di interrogare Tanu (e così vedo anche di recuperare il mio orologio d’oro)” pensa fra se Orrios. Riposate le stanche membra Orrios si alza in piedi, accarezza il suo cavallo, prende la briglia e con un’agile balzo gli monta in sella per riprendere il giro di ronda.

Ecco che, posato su d’un ramo, Tanu viene preso di sorpresa da Orrios: “Tanu, amico caro…”. Con voce balbettante ed assai cauta la gazza risponde ” Cercavo giusto te Orrios. Ecco il tuo orologio, sai l’ho trovato…”. ” Si,si” ribatte Orrios “ma dimmi… ho parlato con Mariposa…”. ” Sono due, sooono due” anticipa Tanu “ma non chiedete a me, io sono una gazza non un merlo” e di filato Tanu vola via dicendo “Chiedete ad Allestru, lui saprà dirvi”. “Allestru? mi è già scappato una volta… e poi ora vive nel bosco di Olzai… o no?” Ma Tanu è già lontano e non può rispondergli. Orrios rimugina su quanto fin’ora sentito “ma se Tanu ha visto Allestru, vuol dire che il vecchio è qui e, forse, se mi vede senza fucile… eccolo” Orrios si acquatta sul terreno e tende un’imboscata al vecchio cinghiale. “Ebbene…” dice saltando di fronte ad Allestru “come mai vi siete spinto così lontano dal vostro bosco… “. “Oh, siete voi, senza fucile? non devo aver paura quindi” risponde il cinghiale. “Ma no, ormai son tempi andati… piuttosto… sapete di una fata … ” “Uh… anche voi… ma sapete che state diventando un po’ troppo curiosi e pettegoli?”. ” Non esagerate” rispose con voce grossa Orrios “sapete bene che non dovete stuzzicarmi… ma dite” continuò cambiando il tono della voce “che c’è di vero… fra il tasso ed il faggio?” “Eh come la prendete alla lontana…” disse schernendo Orrios “vorreste sapere se… oh mamma mia…arriva Aiaia… via via via”. “Ma come…” dice stupito Orrios. “Anche voi qui?” domanda Aiaia “v’è dunque un raduno del pettegolezzo quest’oggi”. “Vedete…mentre andavo… ho visto una vecchia conoscenza…”. “Un mancato banchetto vorreste dire”. “In effetti…”. “Volevo sapere di un tasso e d’un faggio… sapete ho sognato d’una creatura le vesti…”. “E vi son piaciute?” . “Le ho vedute librarsi nell’aria che mi parean fatate…”. “L’ho visto nei vostri occhi il suo amor per te Orrios, ma…”. “Allora è vero, quel che ho veduto non era un sogno” dice entusiasta Orrios. “Si, è vero” risponde dolcemente Aiaia “ma colei che vi ama è una fata…”. “Che sia Janas, ditemi che è lei…”. “E’ lei, ma v’è un ostacolo… il tasso, l’albero le cui fronde non offrono riparo ad alcun uccello”.

“Se il problema è il tasso… lo taglierò” disse con fierezza Orrios. “Il tasso è l’albero delle fate giovani, tagliandolo riservereste a Janas una fine orrenda: verrebbe cacciata dal bosco di Olzai e bandita per sempre.” .” Ma se il tasso è l’albero che vi protegge, il faggio…” “Il faggio è l’albero rivelatore dell’amore, e per le fate è lo specchio del cuore. Tanto forte è l’amore tanto più segnato sarà il faggio… ed il faggio del lago piange foglie del tuo volto incise”. “Come può una fata innamorarsi?” chiede dubbioso Orrios. Aiaia lo guarda negli occhi e dice: “Del mondo delle fate Janas non è ancora, ma forse…presto, purtroppo, lo sarà. Perciò può vagare ed uscire ogni tanto dal suo bosco, piangere e parlare di cose con Cucchinadorza… se l’ami veramente come lei ama te… insomma non posso mica dirti tutto io… però stai attento: al passaggio di Carrasegare nasconditi perchè lui vuole il cuore di Janas ed ha giurato di uccidere chiunque osi avvicinarsi a lei”. “Chi protegge Carrasegare?” chiede Orrios pensando già a come disfarsi di costui. “Il potente tasso. Fate attenzione dunque se vi capita d’incontrarlo”. “Se mi capita d’incontrarlo lo affronto in duello e vedremo …” dice Orrios gonfiando il petto e dirigendosi verso il bosco di Olzai.

A quelle parole Aiaia svanisce lasciando Orrios ai suoi pensieri. L’incedere frettoloso di Orrios fa svegliare, a pochi passi dall’ingresso del bosco, Grodde la volpe che, indispettita dal gran fracasso, insorge “Eilà, tu… siii proprio tu… ti è mai venuto in mente che c’è qualcuno che vorrebbe riposare in questo dannato posto?”. Orrios girandosi di scatto esclama, con voce imperiosa: “Bada a te topo gigante, oggi non sono tanto per la quale… gira a largo se non vuoi che col tuo pelo mi faccia dei calzari”. “Perbacco” ribatte Grodde “intuisco che tu stia andando in cerca di guai… è che oggi mi trovi in buona e poi so che c’è Carrasegare nei dintorni e non ho nessuna intenzione di attirare la sua attenzione!!”. “Carrasegare!?! ” esclama Orrios “dov’è quel vile che tiene prigioniero il cuore della mia Janas?” continua ad inveire mentre guardingo si addentra nella foresta. Ed ecco, d’un tratto, un losco figuro che s’aggira al limitar del bosco. E’ lui, Carrasegare. Tre metri d’altezza e due spalle come montagne di granito. “Addentrati” urla Carrasegare ad Orrios “voglio vedere negli occhi chi osa avanzare pretese sulla mia Janas”. “Eccomi, son qua” con voce ferma sentenzia Orrios “Il mio cuore batte per Janas ed il suo per me… a noi vile creatura…” Orrios non fa in tempo a finire la frase che Carrasegare sguaina la sua immane durlindana, la fà volteggiare sul suo capo e poi sferra un colpo che spacca in due i calzari di Orrios. “Tu, come puoi tu cercare di frapporti fra me e Janas, nanerottolo!!…” E giù un altro colpo che spezza in due la spada dello spaurito Orrios. “Tutta qui” insiste il gigante “la bramosia di rubarmi il cuore di Janas?”. Dopo un breve attimo di sgomento ecco che Orrios richiama l’attenzione di Aiaia “Oh fata di tutte le fate, date al mio spirito la forza del leone ed al mio braccio la potenza del fulmine”.

Ed ecco che, come d’incanto, l’arma brandita con tanto ardore da Orrios s’illumina e volteggia e si schianta sulla roccia su cui poggia il braccio del gigante. “Vedi che il cuor mio di forza s’impone e di rabbia scaglia tutto il mio amor per Janas se sol’io penso a lei” urla in un grido di lotta Orrios “Anche se di mezza spada per opera tua dispongo, la mia vita arrischio per la di lei sorte… io l’amo ed a te…” D’un tratto un fendente al costato interrompe il suo fiato, ed il suo ardor vien meno quand’anche s’accascia, incredulo, col sangue che sgorga dalla sua profonda ferita. “Al dunque, Orrios” con voce possente esclama Carrasegare “Sol di questo amore tu potria disporre?… per una fata ben altro ci vuole” e chinandosi su di lui il gigante, con voce compassionevole dice “Vedi Orrios quanto sei piccolo!!!”. “Oh no, caro mio… d’astuzia giuocai in virtù di quanto Grodde mi disse prima di entrare nel bosco “ricordati di quel che la fata madre t’ha rivelato su Janas” e così, siccome colei che amo per divenir fata perire dovrà, così anch’io, per mano tua, seguo lo stesso destino”.

Aiaia, che in disparte ha seguito l’indicibile lotta, s’avvicina, con al suo fianco Janas e dice “Dalla tua speranza, Orrios, prendo un ramo, dal germoglio che verrà prenderò il suo cuore cosicchè , dall’infinito amore, sgorgherà più bella l’anima le cui sembianze saranno quelle di Janas. Di fate e di maghi i templi son pieni, ma di cuori sereni ben pochi vi sono. Ciò che tu vedesti, in verità, della tua vita si poneva lo scopo e Janas null’altro era se non la voglia di essere grande. Così io vi lascio, abbracciati l’uno all’altra in attesa del sorgere del sole.”.
Di funghi e di fiori ancor posso dirvi ma di Janas e di Orrios già tutto sapete. Dalla vita e dall’amore, cos’altro volete?

 

Prima di arrivare

Una giornata da non lasciarsi sfuggire quella che mi ha accolto oggi. L’aria frizzante ed il cielo terso la rende speciale tanto da far venire la voglia di saggiare le mie doti d’orientamento fuoristradistico. Capita a fagiolo anche il fatto che gli amici siano tutti in tutt’altre faccende affaccendati così posso cogliere l’occasione per andare dove voglio e fare ciò che voglio senza stare a patteggiare con alcuno. D’altro canto, uscire da soli in fuoristrada è come andare a far pesca subacquea in solitario. Un rischio che, come tale, fa salire ancor di più l’adrenalina quando ci si dovesse trovare sperduti od avere delle difficoltà di trasmissione. Non faccio colazione come di solito ma riempio lo zaino di acqua, panini con prosciutto crudo e formaggio e qualche mela. Infilo in una delle tasche il coltello da caccia di mio padre ed esco prendendo al volo la telecamera. Gettato tutto l’armamentario sul sedile del passeggero scaldo le candelette della “bestia” e metto in moto provocando la prima nebula di Giove. Qualche minuto per far arrivare in temperatura il motore e via, finalmente si parte. Dopo qualche ora di asfalto ecco che mi inoltro in una stradina laterale sterrata che mi incuriosisce perché non sembra essere granché trafficata. Il posto è magnifico ed ogni tanto mi fermo per fare qualche ripresa. Il tempo passa tanto velocemente che non m’accorgo neppure di non aver toccato cibo per tutta la mattinata. Procedo tranquillamente con due ruote motrici cercando di scorgere qualche altro particolare interessante da filmare quando, ad un certo punto, un arresto improvviso, come se avessi incontrato un muro.

Esco dal fuoristrada intontito per aver dato una botta al volante. L’air-bag l’avevo fatto disinserire per evitare che nei tratturi si azionasse inavvertitamente ed infierisse sulle mia faccia (non che il volante ora abbia fatto meno danni!). Mi distendo sui sedili anteriori e col braccio sinistro teso apro il vano porta oggetti ed agguanto la torcia. A fatica mi risollevo, giro un po’ il capo per distendere i muscoli indolenziti dall’urto e, dopo un respiro profondo apro la portiera e, lasciando scivolare il sedere sul sedile, tocco finalmente terra. M’inginocchio poggiando una mano sulla predella del fuoristrada. L’altra sostiene la torcia. Un rapido controllo palesa subito che il paracolpi del cambio è stato divelto. Solo due bulloni lo sorreggono, piegato quasi ad angolo retto, si è piantato a terra provocando l’arresto immediato del 4×4.

 

Ma che cavolo è successo. Dovrò sdraiarmi sotto e mollare gli ultimi due bulloni. Mi è andata bene, potevano essere tre i bulloni da mollare.

 

Mi risollevo prima con un ginocchio e poi con l’altro. Raddrizzo la schiena e prendo la cassetta degli attrezzi da sotto il sedile di guida. La cassetta è uguale a quelle che utilizzano i pescatori: una scatola cinese. Tolgo il fermo, la apro e tiro fuori una chiave combinata da dodici dopo aver sudato non poco per trovarla perché sotto mano mi capitavano tutte le misure tranne quella giusta.

 

Eh finalmente esclamo mi sarebbe sembrato strano se l’avessi trovata al volo. Va be’, buttiamoci sotto e smontiamo.

 

Questa volta sono costretto a sdraiarmi per terra. Dal vano posteriore del 4×4 prendo il tappetino di gomma che riveste il fondo e lo dispongo sotto il telaio. Provo con il primo bullone ma non molla. Deve essersi piegato in seguito all’urto. Vado ancora più sotto per raggiungere l’altro bullone, ma è irraggiungibile perché la piastra si è piegata in modo da impedirmi di infilarci la chiave.

 

Beeene, continuiamo così.

 

Rotolo su me stesso per uscire da sotto il fuoristrada e mi metto in posizione seduta. Penso un po’ a come ovviare a quella situazione ed ecco che, come al solito, mi viene la brillante idea: cercare un masso da mettere sotto la piastra paracolpi sperando che, ripartendo in retromarcia, si raddrizzi il tanto che basta per permettermi di mollare i bulloni. Incrocio le gambe a mo’ di pantografo e mi sollevo. Inizio la ricerca. Non c’è che l’imbarazzo della scelta in quella pietraia in cui, mio malgrado, mi sono dovuto fermare. Fra le tante ne scelgo una che sembra fare al caso mio: ha una forma triangolare ed ha un aspetto massiccio. La libero dalle altre pietre d’intorno ed è ancora più grande di quello che si vedeva. Va bene ugualmente. A fatica la faccio rotolare fino a disporla sotto il fuoristrada. La sistemo in modo tale che il fuoristrada, tornando indietro, faccia scivolare la piastra paracolpi sul masso ed il peso stesso del mezzo le permetta di raddrizzarsi. Mi pulisco le mani sui jeans e poi, sempre con le mani, li spazzolo. Salgo sul fuoristrada, giro la chiave e niente, il motore non dà segni di vita. Riprovo una, due, tre volte ma non ne vuole sapere.

 

Che fortuna ragazzi, ci manca solo che siano morte le batterie.

 

Tiro la leva per aprire il cofano e scendo per dare un’occhiata. Infilo la mano sotto il cofano, tolgo il fermo di sicurezza e lo sollevo del tutto poggiandolo sul parabrezza. Con la torcia illumino un po’ dappertutto ma non vedo niente di anormale tranne un’ombra che non riesco ad identificare. Mi chino e vedo un lago d’olio.

 

Razzo!?! E che cavolo.

 

Dopo un attimo di pensieri non proprio gesuiti mi inginocchio dal lato pulito del fuoristrada e vedo un ferro che fuoriesce dal terreno piantato nella coppa dell’olio.

 

Sfortuna del cavolo. Ma da dove è venuto fuori!

 

Dopo aver bestemmiato a lungo trattengo il respiro e tento di calmarmi iniziando a parlare in modo forbito.

 

Dunque, orbene, ma proprio adesso mi doveva capitare. Che balle!.

Sfilo dalla tasca il cellulare

 

Ah, sei anche spento. Speriamo che non sia scarico altrimenti…

 

Pigio il tasto di accensione

 

si accende. Bene, pensavo al peggio ed invece semplicemente non l’avevo attivato

 

Attendo che finisca il ciclo di controllo linea

 

Ajò però, quanto impieghi a scaldarti; eh eh al momento il vostro cellulare non è in zona coperta da ponti telefonici; eh ehhhh da una sfiga all’altra: evvai!

 

La tentazione di scaraventare il cellulare per terra è notevole ma mi astengo dato che non è mio.

 

Mah, accendiamo il baracchino e vediamo se c’è qualcuno in ascolto

 

Mi dirigo verso la portiera, la aggiro ed allungo la mano per accendere l’ apparato. Accendo e lo sintonizzo sul canale corrispondente alla frequenza delle chiamate d’emergenza: canale nove. Con i gomiti poggiati sul sedile di guida, una mano che tiene il microfono e l’altra che smanetta sulla sintonia fine inizio la tiritera che contraddistingue una chiamata CB:

 

CQ CQ CQ (sichiu sichiu sichiu), qui stazione Kamikaze c’è qualcuno in ascolto?- CQ CQ CQ attenzione qui stazione Kamikaze qualcuno mi può sentire?

 

Nessuna risposta. Solo il rumore di fondo simile ad un fruscio riesce a farsi largo in quella frequenza. Il CB funziona ma non nella gola dove mi trovo anche se è vicino al mare. Provo a cambiare canale. Li spazzolo tutti e quaranta ma niente. Nessuno in ascolto.

 

CQ CQ CQ- si si, non c’è proprio nessuno: picc’e palia si toccara.

 

Un tantino di sconforto inizia a fare capolino ma solo in un primo tempo e cioè fino a quando si risveglia l’orgoglio del fuoristradista. Allora ecco che con un colpo di reni mi rimetto in verticale chinandomi subito dopo per frugare sotto il sedile lato guida dal quale sfilo una pala di emergenza, di quelle professionali, da una parte picco e dall’altra pala. La guardo con un senso di sfida

 

Ora vediamo se vali veramente quello che ti ho pagata

 

Chiudo la portiera per evitare di darle dolorose craniate al momento di uscire da sotto il 4×4 e mi tuffo con impeto in quella poltiglia di terra ed olio. A fatica riesco a togliere la pietra, che avevo accuratamente posizionato sotto la piastra paracolpi, ed inizio a scavare per cercare di liberare la piastra stessa che sembrava infilata in modo tale da non poter essere rimossa.

 

Fortuna che almeno la terra è morbida

 

Ma non dura molto: il picco sbatte su qualcosa di duro.

 

Eccolo!! Sapevo che non poteva continuare ad andarmi così liscio

 

Mi volto verso il ferro

 

Adesso vengo verso di te, bastardo! Scavo una trincea e ti tiro via dovessi stare qui tutta la notte!

 

Riprendo a scavare per riuscire a liberare il ferro piantato nella coppa dell’olio quando trovo un punto duro, come quello sotto la piastra paracolpi

Mon Dieu, stai a vedere che ho beccato un carro armato!

 

Con la pala raschio tutt’attorno alla lastra di ferro e continuo a ripulirla fin fuori la sagoma del fuoristrada.

 

Una lastra di ferro incastrata nella roccia. Altro che re Artù. Se riesco a levarla di mezzo minimo minimo mi fanno… uhmmm non è una lastra e basta. Fatti vedere…”

 

Ripulisco completamente ciò che sembra un coperchio d’acciaio

 

Oh, mi sa che è proprio un carro armato; questo deve essere il portello del mitragliere; e quello dove mi sono piantato o è la mitraglia od il cannone; oppure è una bestialità immane, di quelle che sparo ogni tanto. Aspetta, aspetta, qui c’è ancora della terra

 

Al centro di quella che sembrava una chiusura c’era una croce in ferro immersa in un foro. Tolgo la terra tutt’ intorno ed affiora

 

Un volante per aprire il portello di un rifugio anti atomico?!? Che diavolo ci fa qui vicino al mare?

 

Tento di girare il volantino in senso antiorario ma non riesco a fargli fare neanche un quarto di giro.

 

Per Deu, gira bastardo

 

Mi sollevo e vado a prendere la leva della binda che tenevo agganciata sul paraurti anteriore. La leva non è altro che un tubo di ferro di un metro e mezzo.

 

Vediamo chi è più testardo, però mi metto anche i guanti perché ho il dubbio che tu mi voglia fare un brutto scherzo

 

Torno al 4×4 a prendere i guanti. L’eccitazione si fa strada ed il mio cervello inizia ad annebbiarsi ed a fantasticare su che cosa ci possa essere lì sotto, in quello che io ritengo sia un rifugio. Mi chino per incastrare la leva nel quarto di croce

 

Su cicci, adesso tu ti apri, da brava

 

Inizio a tirare la leva con tutte le mie forze poi, visto che non si smuove provo a fare forza in entrambi i sensi di rotazione per liberarla da ciò che probabilmente è ruggine. Ecco si è mossa

 

VAI carogna, gira!

 

Di colpo il portello ha uno scatto

 

Aperto! Essss che fetore, già non ci saranno bambini morti dentro

Sempre con la barra della binda faccio leva per aprire completamente il portello. Il fetore che fuoriesce ammorba tutta l’aria d’intorno che prima profumava di elicriso. La torcia che tenevo su d’una roccia per farmi luce sul punto di scavo, al momento sta esaurendo il primo pacco di batterie. La prendo e mi avvicino al fuoristrada ben contento di allontanarmi momentaneamente da quell’odore nauseabondo. Apro il portellone posteriore e scarto un pacco nuovo di batterie che sostituisco immediatamente.

 

Sono passati venti minuti, avrà sbentiato o mi ci vorrà la maschera antigas per entrare?

 

Ogni tanto dirigo lo sguardo verso il fuoristrada e ripenso alla sfortuna per quello che è successo ma poi, per distogliere la mente da quel problema, rifuggo in quella che mi pare sia una scoperta degna del miglior archeologo.

Il tanfo è quasi sparito: vediamo un po‘; speriamo non ci siano animali strani all’interno

 

Mentre mi accingo ad entrare da quell’angusta apertura sento un rumore

 

Questo ronzio sembra un motorino in funzione

 

Mi sdraio a terra ed infilo la torcia, poi la testa per vedere l’interno prima di calarmi.

 

Una scaletta in ferro, un tubo, vedo solo sotto di me. Sembra tutto pulito. Scendiamo!

 

Riconquisto la posizione eretta ed illumino il primo gradino della scaletta per evitare di fare un imbarco svizzero in quello che già mi sembrava la tomba di qualcuno. Scendo con circospezione cercando di farmi luce ma la larghezza del tubo di ingresso non mi permette movimenti di rotazione. Sono costretto a scendere a tentoni sperando di non essere toccato o di non toccare null’altro che non sia il pavimento. Pochi metri, forse due e sono sul fondo. E’ un posto piccolo, raccolto, tutto in metallo. Con la torcia faccio luce sufficiente ad illuminare tutto l’ambiente così la poggio a terra con la parabola verso l’alto, in modo che la luce venga diffusa uniformemente. Si potevano ben distinguere degli strumenti adatti alla navigazione di un sommergibile.

 

Cavolo, un sommergibile. Un micro sommergibile Questo odore però mi sta ammazzando. Devo uscire a respirare un po’ di ossigeno

 

Lascio la torcia lì dove si trova ed esco a prendere una boccata d’aria.

 

Fortuna che non fumo, altrimenti mi sarebbe venuta la bella idea di accendermi una sigaretta per lavarmi la bocca da quella incredibile puzza. Vediamo se al baracchino ora che sono le: 23. Di già!?!

 

Riprendo in mano il microfono dell’apparato e

 

CQ CQ CQ qui stazione Kamikaze c’è qualcuno in ascolto? CQ CQ CQ attenzione qui stazione Kamikaze qualcuno mi può sentire? Tentativo vano. Devo aspettare il mattino e farmela a piedi fino a casin’e pompu

 

Getto il microfono sul sedile e ritorno al sommergibile.

Vediamo se… ma questo cacchio di ronzio da dove proviene? Sembra che ci sia ancora qualcosa in funzione, o forse sono le orecchie che mi giuocano un brutto scherzo

 

Mi guardo intorno per scorgere qualche spia accesa ma niente. Desisto subito e mi do alla ricerca di materiale che possa spiegarmi che cosa sia ciò che io reputo uno strano sommergibile.

 

Dei cassetti a chiusura stagna: questo è chiuso; questo anche. Ma non c’è un cacciavite qui dentro?

 

Esco al volo per prendere la cassetta degli attrezzi e ritorno immediatamente dentro.

 

Ora mi serve l’ingegnere ed un cacciavite vecchio: eccolo qui uno; adesso a noi due

 

Un colpo ben assestato alla serratura, che evidentemente serviva solo per fare in modo che il cassetto non s’aprisse inavvertitamente, data la consistenza, ed il cassetto è libero.

 

Cosa c’è qui? Un fascicolo con su scritto…

 

Mi avvicino la torcia elettrica per leggere bene

 

Progetto USPISS-3212A

Unità Sperimentale Per Il Soccorso Subacqueo

 

Specifiche

 

Caratteristiche Principali Unità Sperimentale CANUSSOR

Dislocamento in superficie:                  310,00 tonnellate

Dislocamento in immersione:               392,00 tonnellate

Lunghezza f.t. :                                   12,00 metri

Diametro max f.o. :                             7,00 metri

Immersione media :                               3,00 metri

 

Apparato Motore:  

Gruppo Diesel-generatore MTU / Piller (3,12 MW)

         nr.1 mot. elettrico a magneti permanenti MAGNADINE (2,85 MW)

         sistema A.I.P. con Fuel Cells da 8 + 1 moduli (306 kW)

Batteria di Accumulatori

Velocità in superficie                                             8 nodi

Velocità in immersione                                           15 nodi

 

Equipaggio                                                            4 uomini

Autonomia                      8000 miglia a 8 nodi in superficie

420 miglia a 8 nodi in immersione

 

Caratteristiche salienti e distintive del Progetto USPISS-3212A sono essenzialmente :

 

impianto di propulsione indipendente dall’aria (A.I.P.) del

tipo a Fuel Cells, che consente un’elevata autonomia in

immersione;

segnature (acustica, T.S., idrodinamica, magnetica, ottica, radar, termica ed I/R) estremamente ridotte;

sistema di comando e controllo (B.C.W.C.S. MSI 90)

completamente integrati.

Lo scafo resistente: è formato da due cilindri di diverso

diametro, collegati tra loro da un tratto tronco-conico lungo due metri; il corpo prodiero è a scafo singolo; il corpo poppiero è a doppio scafo per l’esistenza di uno scafo leggero che inviluppa i contenitori di ossigeno ed idrogeno necessari per il sistema A.I.P.; le estremità dello scafo resistente sono chiuse da due calotte sferiche ribassate.

 

L’apparato di propulsione è composto da un gruppo diesel

generatore MTU, da un motore elettrico a doppio indotto

SIEMENS Permasin; da un sistema a celle combustibili PEM.

 

Il Sistema di Rilevamento dispone di:

apparato SONAR 360 della SATURN Antas Robotica,

dotato di base conforme, flank-array, towed-array,

intercettatore ASM, sistema di rilevamento del rumore proprio;

sistema di comando e controllo tipo B.C.W.C.S. MSI90U della BOSA Castel Malas;

sistema periscopi SERIO 14/15 Zeiss Eltro Optronik;

sistema ESM FL 1815U della DASA;

radar INUE;

sottosistema Tlc integrato della Kistiona Telecomunicazioni Marine

 

A questo punto penso che il titolo deve averglielo dato la Wertmuller. Vediamo all’interno: pagina uno

 

Componenti Equipaggio

 

Lupo

Catena

Sonar

Canna

 

Allora qualcuno ci deve essere qui dentro

 

Mi sollevo con la torcia in mano e vado in ispezione. Passo attraverso una porta stagna che mi porta in un corridoio al quale si affacciano altre camere. La prima sulla destra é quella del comandante. Il portello è aperto: nulla è fuori posto ed all’ interno non c’è nessuno. Passo in rassegna tutte le camere, arrivo in fondo allo scafo dove sono disposti il bagno e la doccia. Nessun segno di presenza umana. Faccio ritorno in plancia e, attraversando la porta stagna sulla sinistra noto un serbatoio con un oblò. Illumino più sotto e vedo una maniglia dietro la quale si legge

 

Camera iperbarica

Pericolo

Alta Concentrazione Di Ossigeno

 

Nella foga di passare attraverso il portello che dà alle camere, non avevo visto una cosa così ingombrante. La camera sembra essere capiente visto le dimensioni esterne. Il problema ora è che essendo a tenuta stagna date le alte pressioni che si possono ottenere all’interno, ci potrebbe essere ancora un’alta concentrazione di ossigeno ad una pressione tale da far saltare il portello se aperto con la forza.

 

E come faccio a sapere se lì dentro c’è ossigeno? Vediamo se trovo qualche bombola nei pressi… niente. Un facsimile di manometro… è digitale, complimenti! Però c’è un manometro analogico che segna pressione atmosferica. Non mi resta che spegnere la torcia, gettare via il telefonino ed evitare di scoreggiare.

 

Esco nuovamente dal sommergibile mi libero del telefonino, chiavi, fermagli. Ci penso un po’ su

 

Sarà meglio che mi tolga anche i vestiti non sia mai che qualche carica elettrostatica… brrrr ‘a frittu… via via via muoviamoci

 

Rientro di corsa e già al primo gradino stavo per lasciarci il malleolo.

 

Mer, quanto sono fredde queste scale; speriamo di non dare un calcio a qualcosa o mi ritrovo a ridere per un paio di giorni; fortuna che c’è almeno la luna, fuori! Qui non si vede una mazza. Ecco, questo dev’essere l’oblò, la maniglia: apriamo con cautela; piano piano, speriamo sia oliata

 

Un quarto di giro e la maniglia, leggerissima, libera la porta.

 

Custa puru è fatta ora che è libera, ti prego, non farmi volare per aria che sono tutto nudo e mi vergogno

 

Lentamente apro il portello fino a spalancarlo.

 

Fin’ora tutto bene, ora faccio dietro front, vado a rivestirmi perché mi sto congelando ed anche perché vorrei evitare di sbattere da qualche parte con questo buio

 

Molto lentamente mi dirigo verso l’uscita sbattendo un po’ a dritta un po’ a manca e finalmente esco illuminato dalla luna, mi rivesto in fretta e furia, mi ripulisco molto bene i piedi dalla terra, infilo calze e scarpe, accendo la torcia e ritorno giù. Ormai la preoccupazione di stare fuori tutta la notte per via del fuoristrada bloccato mi ha abbandonato completamente per far posto a quell’incredibile avventura che sto vivendo.

 

Facciamo un po’ di luce qui dentro

 

Davanti a me si presenta la straziante immagine di quattro corpi abbracciati fra loro: tre donne ed un uomo che teneramente si salutavano per l’ultima volta. “Forse era meglio lasciare il portello chiuso, mi sembra di aver profanato una tomba. PORCA GALERA!”

Dopo un attimo di risentimento per ciò che avevo fatto, mi avvicino ai quattro corpi e toccandoli con estrema attenzione porto alla luce le mostrine con i loro nomi.

 

Lupo, non poteva chiamarsi diversamente: l’unico uomo a bordo, niente gradi e niente gradi neanche le donne; magari erano civili su un som militare? Poco probabile. Vediamo cosa dice il fascicolo

 

Lascio la camera iperbarica e ritorno a quella sporgenza dove avevo lasciato il faldone, mi siedo, ed inizio ad immergermi nella lettura in modo particolarmente attento.

 

 

Scopo Della Missione

 

Verifica Tenuta Stagna In Mare Aperto

Verifica Funzionamento ECO MESFER SCAN

Verifica Sistema Ombra

Verifica Sistema Propulsione

 

Ora di alaggio 5:42

data del varo -” non è segnata.

Il mio sguardo salta subito a piè pagina per leggere le note:

“è previsto che la prova abbia una durata massima di giorni 23 ma noi siamo convinti che il sistema ECO necessiti di più tempo per la taratura“

Riprendo il filo del resoconto tralasciando le note di carattere prettamente tecnico ed aggiungendo un po’ d’immaginazione:

“ore 6:12 prima immersione del CANUSSOR (il nome giusto per una tomba)

Lupo Timoniere Canna, barra a dritta e avanti un terzo

Canna Barra a dritta avanti un terzo

Dopo qualche miglio di navigazione in superficie

– Lupo Controllare la chiusura dei portelli

Catena si alza dalla sua postazione all’ ECO e va a controllare la posizione dei portelli stagni

– Catena Portelli stagni chiusi Lupo. Possiamo immergerci se vuoi.

Lupo Canna, iniziamo l’immersione ma, tranquilla

Canna sposta il timone leggermente in avanti. La discesa avviene lentamente

– Lupo Assestiamoci a 50 piedi e controlliamo un po’ la strumentazione

Canna 50 piedi. Primo controllo

Lupo Sonar ?

Sonar Sonar in funzione

Sonar avvia la procedura per il controllo del sonar passivo e di quello attivo, poi passa al controllo di quello passivo per identificazione e, a seguire, quello attivo per intercettazione.

– Sonar I sistemi attivo e passivo sono OK

Lupo Ed il Demon?

– Sonar Per il Demon devo fare una verifica

Lupo Catena, l’ ECO di pancia?

– Catena E’ in funzione ma a questa profondità… ha una portata da uno a ottanta metri. La semisfera non è in grado si scannerizzare a portate inferiori o superiori.

L’ ECO MESFER SCAN è uno strumento semisferico nel quale ruotano, ricoprendo un’area semisferica che viene poi analizzata e scannerizzata così da ottenere la conformazione del fondale e delle pareti rocciose sottomarine in visione tridimensionale dettagliata, due particolari eco scandagli tenuti paralleli e solidali tra loro.

– Canna Lupo, ma perché ci hanno dato dei nomignoli così idioti?

– Lupo Uno vale l’altro. L’importante era mantenere l’anonimato dato che il registratore è sempre in funzione e così mi hanno chiesto quali nomi sarebbero stati più adatti a descrivervi; rendo l’idea?

– Canna Rendi l’idea ma qui io, una canna, non me la posso fare.

– Sonar Ci mancherebbe solo del fumo in questa tinozza- controlli eseguiti. Tutto regolare.

Segue una sequenza di OK da parte di tutto l’equipaggio

– Lupo Continuiamo a scendere. Canna portaci a 300 piedi mooolto lentamente. Mi raccomando: attenzione massima alla strumentazione. Ricordatevi che il vascello è sperimentale ed anche se non siamo alla prima esperienza di collaudo, se si sbaglia lo si fa per una volta sola!

 

Il SONAR 360 inizia a dare problemi di lettura:

 

-60 metri il SONAR 360 viene ripristinato nelle sue funzioni

– Lettura fondale -1500 metri, non mi sembra corretto dato che le carte indicano in -580 metri la profondità massima in questa zona;

–80 metri controllo assetto;

Ore 12:01 allarme SONAR 360 sommergibile non identificato in rotta verso di noi. Scendiamo a quota -90 e ci dirigiamo verso la grotta del Vile;

Il sommergibile non identificato non ha cambiato rotta ma si dirige a tutta forza a dritta rispetto alla nostra posizione. Siamo dentro la grotta ne approfittiamo per collaudare il sistema di segnature in spazio ridotto e per stabilire la conformazione della caverna;

Ore 14:37 abbiamo un problema di stabilizzazione del CANUSSOR, sembra che l’acqua ci dia dei violenti colpi, come se a quota -85 della caverna del Vile sia presente una forte corrente di tipo vorticoso impulsivo;

Scendiamo a quota -95 perché impossibilitati a tenere l’assetto;

Il sistema di propulsione non riesce a far scendere il CANUSSOR, inseriamo anche il sistema di Propulsione Supplementare: il CANUSSOR è impossibilitato a raggiungere quota -95;

La spinta della colonna d’acqua è impressionante; Strumenti a fondo scala e SONAR 360 fuori uso;

Stiamo risalendo ad una velocità di 2 metri al secondo sulla nostra verticale cercando di contrastare la spinta con i motori al massimo della potenza;

Inizio infiltrazioni e sistema di scarico automatico inserito e funzionante;

Quota, quota positiva, sembra di essere…

 

Qui si ferma il rapporto, cacchio vuoi vedere che si sono schiantati sulla volta della grotta del Vile ed il CANUSSOR ha funzionato da tappo. Cioè sotto di me o c’è acqua o c’è il vuoto!!! Azz! Si, ma perché sono entrati nella camera iperbarica? Uscire non potevano dato che il portello era bloccato dalla terra. Sarà finito l’ossigeno e si sono rifugiati qui in attesa dei soccorsi.

 

Non riuscivo a capacitarmi del fatto che fossero entrati nella camera iperbarica ma non riuscivo neppure a concentrarmi perché quel fastidioso ronzio che avevo cancellato dal cervello e passato a sottofondo mentre ero impegnato nell’ispezione del CANUSSOR, tornava prepotentemente a massacrarmi la testa.

 

Da dove verrà questo suono? Non starò mica diventando sordo? Controlliamo un po’ qui, sotto la plancia. Beccato! Cosa sei? C’è scritto: Sistema di Soccorso Satellitare. La spia segnala stand-by; potevano anche scriverci in attesa, siamo italiani e scrivono in inglese questi dementi. Perché non è partito? Eppure la tensione sembra esserci. Adesso provo a metterlo in funzione: e via, si è spenta la spia di stand-by e rimane spenta quella di trasmissione; si è riaccesa quella di stand-by; vediamo il motivo. Cerchiamo le istruzioni.” Inizio ad aprire tutti i cassetti e mi perdo nelle carte che attirano la mia attenzione benché non capisca granché di quello che ci sia scritto. Tutti termini tecnici, direttive particolari sul funzionamento di vari apparati ma niente sul sistema di chiamata di soccorso. Mi viene il sospetto che sia stato volutamente disattivato essendo un vascello sperimentale.

“Zeus, non sarà mica che li abbiano volutamente fatti salpare senza sistema di chiamata di soccorso? Bastardi fino alla fine!

 

D’improvviso mi assale uno stato d’angoscia che mi impone di saltar subito fuori dal sommergibile. Una volta fuori prendo a respirare a pieni polmoni. Albeggia. Mi godo lo spettacolo del sorgere del sole. Provo una sensazione di predilezione nel vedere uno spettacolo così grande:

 

Ecco si, sorgi lentamente affinché possa rimirarti e controllare che sia tutto al suo posto; si affacciati ora: stupendo, anche oggi son riuscito a far partire un’opera d’arte!

 

Dopo di che crollo dalla stanchezza lasciando perdere tutto ciò che mi è capitato la notte passata. Vengo svegliato da ciò che a prima vista sembra una pattuglia della forestale. Così non è. Sento un colpo. Un calore ustionante nel petto e la sensazione di un fluido che invade il mio corpo. Resto a terra ed il buio, subito dopo, m’accoglie.

 

“Comandante, venite presto, questo deve essere quello che ha fatto partire il segnale”

“Controllate la zona lì, il fuoristrada, controlla se ci sono tracce di qualcun altro”

“Niente signore. Pare che lo sfigato fosse solo”

“Forse lo era da tempo. Fra i documenti niente foto a parte le sue, niente fede, orologio senza dediche, telefonino dell’ultima era ”

“Controlla se ha fatto chiamate, anche al CB. Ho visto che è acceso. Guarda se c’è qualcuno in ascolto”

“Il portatile è guasto”

“Al baracchino non c’è nessuno. E’ probabile che non ci sia propagazione qui in mezzo ai monti”

“Ripulite l’area e chiamate il comando”

“Qui Astore, la Volpe è in trappola, il Pastore può venire col suo gregge; stiamo nell’ovile fino al suo arrivo. Chiudo”

“Ehi capo, cosa ci sarà di così importante dentro questo rifugio”

“Stanne lontano e fatti gli affari tuoi. Che nessuno si avvicini all’apertura. Non vorrei che qualcuno possa fare la fine che è toccata a quello”

 

Dopo qualche ora arrivano il guardiamarina Aresu e l’ammiraglio Brundu con cinque specialisti del progetto.

 

“Ammiraglio”

“Comandante”

“La zona è tranquilla. Ora tocca Voi”

“Bene, ottimo lavoro. Più giù incontrate quella della folgore. Ho già dato ordine che vi  scortino fino all’uscita- in gommone ”

“Grazie per la premura, ma un bagno in questa stagione l’avrei evitato molto volentieri ”

disse il comandate con un sorriso neppure tanto accentuato. Dopo il saluto richiama i suoi

“Ragazzi è ora di salpare” e con tutto il gruppo si avvia all’interno del bosco dove li attende la scorta.

 

Nel frattempo, i graduati con i tecnici, iniziano il controllo del sommergibile. Una volta dentro, i cadaveri non sono la prima cosa di cui si preoccupano. Sapevano che tanto da quel sigaro non sarebbero potuti uscire se non in orizzontale.

 

“Capo” chiede l’Ammiraglio ” in che condizioni è il gruppo di propulsione”

“Piuttosto malconcio ” risponde ” presumo che siano andati in cavitazione ed i sistemi automatici non siano entrati in funzione, o meglio, da quello che vedo, sono stati esclusi. Devono aver avuto un problema molto serio”

“Tanto serio che ci sono rimasti” gli fa eco il guardiamarina.

 

Nel mentre l’ammiraglio Brundu recupera gli incartamenti, il libro di bordo ed altre carte che è meglio occultare ai presenti.

Uno degli specialisti, dopo aver visto le crepe sullo scafo si rivolge all’ammiraglio:

 

“E’ probabile che l’unità si trovi in bilico sul vuoto. Da quello che si evince dalle crepe e dai residui interni pare che la roccia che tiene il sommergibile si stia ritraendo, ovvero, lo scafo stia per sprofondare. Consiglio l’immediata evacuazione”

“Bene” replica l’Ammiraglio “tutti fuori e strappate i porta nome dalle tute dei deceduti e date ordine di fare allagare il CANUSSOR. Speriamo che il peso lo faccia sprofondare in modo che questa storia abbia finalmente termine”

 

Mentre l’Ammiraglio ed i suoi fanno ritorno alla base, altri iniziano la bonifica.

 

BASE NAVALE AREN’E ROCCA

Riunione del consiglio di sicurezza della Marina

 

Abbiamo qui una nota che ci informa che il ritrovamento del CANUSSOR non è stato immune da perdite civili… ammiraglio Brundu, che diavolo è successo?

Signore – l’ammiraglio si solleva in piedi e con le mani giunte dietro la schiena inizia il rapporto – sfortunatamente il sommergibile è stato ritrovato da un fuoristradista che, pare, stesse facendo un piano… un road-book, per ulteriori uscite insieme ad amici.

Siamo certi che fosse solo?

Si, signore, era solo e non potevamo fare altrimenti.

Capisco. Una perdita necessaria dunque! Problemi eventuali?

Viveva da solo e non aveva parenti che possano notare la sua assenza.

Amici?

Stiamo ancora indagando, ma per ora pare che nessuno si sia accorto di nulla.

Ci faccia immediatamente rapporto appena cambia la situazione. In senso positivo o negativo.

Bene signore.

Ora può andare.

Grazie signore. Signori.

L’ammiraglio Brundu esce ed appena si chiude la porta dietro di lui si scarica con un’espirazione che pareva una turbina a piena potenza.

Mentre si accinge a discendere per le scale gli viene incontro un maresciallo con una busta con all’interno una lettera:

Vi spedisco in forma riservata, indirizzato alla casella di cui Voi sapete, quanto abbiamo finora trovato durante l’ulteriore perquisizione dell’alieno.

Tornato presso il suo alloggio, l’ ammiraglio Brundu si dirige verso il centralino dell’impianto elettrico, lo apre e da esso sgancia i tappi ciechi che servono ad occultare gli interruttori mancanti per prendere la chiave della cassetta di sicurezza ove è stata recapitata la “merce”. La cassetta di sicurezza non è altro che una cassetta metallica saldata all’interno di un cassonetto per la spazzatura vincolato a terra, che si trova di fronte al suo alloggio.

Supera l’uscio, controlla che il traffico sia prossimo allo zero, e si avvia a prendere il pacco. Con circospezione apre e richiude la cassetta di sicurezza e ritorna, quindi, nel suo alloggio. Velocemente entra nello studio, si siede, poggia il pacco sulla scrivania e lo apre. Un pezzetto di carta, forse un appunto, o parte di una lettera…..

si mia cara Maria Teresa, vorrei poter cingere il tuo seno e sentir dei tuoi turgidi capezzoli il calore e della tua lingua il sapore per coronar con l’estasi questo ardore. Ma vedo che d….

L’ammiraglio Brundu rigira più volte quel pezzetto di carta pensando. Decide di chiamare a rapporto il comandante il quale arriva in un lampo, apre la porta lascia aperta di proposito e si presenta

– Comandante Lei ha già controllato chi possa essere questa Maria Teresa?

– Stiamo ancora indagando. Più che altro stiamo cercando il riscontro su altri pezzi di carta che potrebbero esserci sfuggiti al momento della prima perquisizione del fuoristrada e degli indumenti dell’alieno

– Perché continuate a chiamarlo alieno? Ci ha rimesso la pelle per l’incompetenza di Qualcuno..

– Era l’unico nome possibile essendo estraneo al progetto.

– Si va bene, va bene. Ora portatemi risultati concreti. Voglio sapere chi era e chi è Maria Teresa

Il comandante esce rapidamente dalla stanza e si avvia verso la base operativa. Entra. Gli specialisti sono già seduti in attesa di eventuali ordini.

-Signori, bisogna trovare Maria Teresa. Dobbiamo volare bassi, veloci e discreti e controllare in un’area più vasta se vi sono altri pezzi di carta che ci facciano capire cosa stesse scrivendo l’alieno. Ora tutti fuori.

Dopo una perlustrazione durata qualche ora un dubbio assale uno degli specialisti:

Ma, il corpo dell’alieno, chi l’ha “conservato”

– Io non ho visto alcuno portarlo via – gli fa eco un collega

– Cosa dite, chiediamo al Comandante o ci scortica vivi!

– Penso ci scortichi se non l’abbiamo portato via “noi”, che fine ha fatto?

L’addetto alle comunicazioni apre una chiamata:

– Comandante qui è Congilo, l’alieno con quale astronave è stato rimpatriato?

– Avete trovato qualcosa di strano?

– Ci è venuto in mente che non l’abbiamo visto “partire”

– Vi è venuto in mente? Ma che c…. Faccio delle chiamate e v’informo. Ora gli viene in mente. Ma sono fuori di testa??

– Congilo, cosa ha detto il capo?

– Che ci mangia vivi, siamo nella cacca fino alla tempia.

– Quella destra o quella sinistra?

– Non scherziamo!!! Andiamo tutti in galera se non si risolve.

La chiamata, alla radio di Congilo, gela il gruppo:

Si signore, certo, ho capito, in quanti arriveranno? bene, no anzi male, signore

Congilo chiude la radio sentendo il classico brivido scivolare lungo la schiena e con voce smarrita comunica:

E’ sparito. Porca d’una miseria, è sparitooo!

Il gelo percorre le cinque colone vertebrali dei componenti il gruppo mentre Congilo continua:

– Stanno arrivando

– Stanno arrivando chi?

– Il gruppo CICCADDU

– Ciò vuol dire che abbiamo già le “cavigliere pesanti”?

– Vuol dire che dobbiamo darci una mossa: chi può averlo aiutato a nascondersi mentre eravamo tutti di “pulizia”. Cercate tracce di sangue, di trascinamento, di passaggio di qualcuno. Muoviamoci!

 

Già, che fine ha fatto il mio corpo?

 

A poche decine di metri dal luogo nefasto, lungo il crinale del granitico monte, si cela una “domus de janas” (casa delle fate) tipico anfratto molto comune in tutta l’isola ed è lì che qualcuno mi ha portato, in modo tanto discreto da passare inosservato fra quel pullular di persone, che forse erano più indaffarate a curiosare nel relitto che a controllare che alcuno avesse accesso al luogo.

Mi risvegliai, nudo, con una strana poltiglia sparsa sul mio corpo, che puzzava così tanto che forse era meglio se fossi morto. Sentivo in lontananza delle voci. Erano sicuramente quelle del gruppo CICCADDU che, per mia sfortuna, stavano perlustrando la zona. Evidentemente, però, cercavano nella direzione opposta a dove ero io dato che sentivo le voci pian piano affievolirsi. Giunge finalmente la notte e mi sento molto più tranquillo, rilassato, quando all’improvviso un rumore di fuscelli calpestati mi fa trasalire:

 

Ciao, come stai mi chiede una voce calda e rassicurante proveniente dall’ingresso della grotta

 

Non so rispondo con tono sofferente

 

Avvicinandosi a me pian piano curva la schiena per non sbattere la testa sulla volta, si inginocchia ed infine si siede accanto

 

Vediamo la ferita dice tirando su una specie di fasciatura putrida che me la copriva

 

Io stringo i denti pensando già al dolore provocato dalla sua azione ed invece, niente.

 

Stai già facendo scene di dolore quand’ancora non ti ho toccato dice con un sorriso appena accennato

 

Ma tu chi sei? le domando e poi perché sono tutto nudo? Non che ci sia niente da vedere.

 

Ella tace e continua a scrutare più da vicino la ferita sfiorandola con delicatezza tale da farmi il solletico.

 

Ti sto facendo il solletico vero? mi chiede e continua è perché la parte si è un poco sensibilizzata ma è migliorata rispetto ai giorni scorsi.

 

Giorni? Come giorni. Da quanto tempo sono qui? Domande che non ottengono una risposta immediata.

 

Ad un tratto, alza lo sguardo

 

Cambia qualcosa sapere da quanto tempo sei qui? Non ti fa piacere essere ancora vivo?

 

Non era questo che intendevo le rispondo con tono colpevole è che non mi rendo conto di quello che mi è successo. Ho sentito un gran calore ad un certo punto che…

 

Ti hanno sparato mi dice anticipandomi   ma se continui a parlare ti sparo io! Se muovi troppo la muscolatura la ferita si riapre ed evita di eccitarti dice dandomi un pizzicotto sulla guancia e ridendo continua ché potrebbe venirti uno stiramento.

 

Lentamente si alza per guadagnare l’uscita e voltandosi

 

Ci vediamo domani notte. Di fianco a te trovi pane e formaggio, un poco d’acqua e, ti raccomando, muovi solo le braccia, non cambiar di posizione.

 

Chiude con delle frasche l’apertura della domus e se ne va.

 

Vorrei pensare a cosa mi è accaduto, dove sono, chi è quella donna, ma ho una stanchezza addosso che non mi fa tenere gli occhi aperti. Così crollo in un sonno così profondo che non mi accorgo neppure dei tuoni e dei fulmini che imperversano impietosi sulla mia testa: un temporale estivo. Una cosa buona il temporale la stava facendo: interruppero le ricerche. D’altro canto, però, iniziavo a sentire un po’ di fresco e non sapevo come coprirmi quand’ecco che ricompare la mia ”fata”.

 

Hai freddo?

 

Sei venuta a coprirmi?

 

He,he,he, ti piacerebbe mi dice in tono scherzoso ed allegro, e continua

ti ho portato un telo asciutto di lino per tenerti un po’ al caldo. Come va?

 

Oggi sto meglio rispondo con voce più ferma ma tu, da dove sei spuntata fuori?

 

Sto nell’ovile di mio fratello, curo il gregge dato che lui è… indisposto.

 

Ah, sta male ed è ricoverato?

 

Lei, titubante risponde

Per altri otto anni dovrà stare in “cura”, eh si, altri otto.

 

Da quella risposta capisco che il fratello si trova in carcere. Chiudo quindi la bocca per un lasso di tempo necessario a ricompormi dalla brutta figura e riprendo

 

Di che colore hai gli occhi?

Lei non mi risponde ed io passo oltre

Se vuoi parliamo della crisi finanziaria che attanaglia il nostro paese o della fame nel mondo

 

Verdi, li ho verdi  mi risponde come se anche quello fosse un segreto

 

Bel colore! Anche io, ma solo quando c’è il sole, altrimenti sono marroni.

 

Lo so e prende ad accarezzarmi il viso dandomi uno schiaffo finale ma i miei sono di giada e non si nascondono all’imbrunire mentre i tuoi, si, sono carini: solo gli occhi però!

 

A questo punto velocemente si alza e mi dice

Domani penso che potrai alzarti. È prevista pioggia per un paio di giorni quindi dubito che vengano a cercarti.

 

Aspetta! Le rispondo

ed i miei vestiti? Mica posso alzarmi, cioè posso alzarmi ma

 

Sto aggiustando quelli di mio fratello, te li porto quando pronti e sorridendo aggiunge: tanto, non c’è niente da vedere.

 

In effetti stavo già meglio. Me ne rendevo conto anche perché iniziavo a mangiare come un lupo, riuscivo a fare i miei bisogni in maniera quasi civile e la ferita non mi dava granché fastidio. Iniziavo a pensare insistentemente a quella donna che mi aveva salvato mettendo a rischio la sua incolumità, quando ad un tratto un pensiero m’assale: ma questa cosa vuole da me? Mi ha portato via i vestiti perché ha paura che possa scappare o perché avendo esperienza di ricercati ha eliminato gli odori per gli eventuali cani?

Nel frattempo le ricerche non si erano fermate ma avevano subito un cambio di strategia: era tempo di sorvegliare senza farsi vedere. Appostamenti diurni e notturni tutt’intorno disposti dal gruppo Ciccaddu, avevano messo in allarme anche la mia ospite che ora veniva a trovarmi solo in quelle ore dettate dalle greggi.

 

Bisogna cercare una via d’uscita mi disse non è più possibile tenerti nascosto qui. Rimane poco tempo.

 

Dopo un attimo di silenzio prendo la parola

Questa notte è l’ultima: scappo verso il mare o verso il monte?

 

Non lo so, la zona è circondata. Dovresti camuffarti da pecora o da pastore maremmano. La pelle di pecora c’è, solo che scappare a 4 zampe mi sembra che ti venga in salita; per di più la notte le pecore dormono.

 

Se mi travestissi da pastore?

 

Ti prenderebbero subito: non ti hanno visto arrivare, quindi non puoi materializzarti così all’improvviso.

 

Il tempo passa in silenzio.

 

Ascolta, se mi travestissi da donna? Ti hanno visto arrivare e se vedono me uscire con i tuoi vestiti forse ce la posso fare.

 

No, facciamo che porto qui il camion per trasferire le pecore e tu sali insieme a loro: ti sporcherai non poco e profumerai di sterco per un bel po’ ma forse riuscirai a cavartela.

 

Deciso, facciamo così   rispondo prontamente.

 

Ecco che di prima mattina arriva con il camion

 

Dai, mettiti la pelle addosso e stai insieme al gregge; ti raccomando di non perdere il passo e stai sempre con la testa china; una volta salito sdraiati sul fondo e tieniti stretto alle pecore.

 

Una volta fatto il carico la ripartenza non è una cosa facile: il primo posto di blocco è proprio subito dopo l’ovile e così anche il primo controllo.

 

Si fermi qui di lato: dobbiamo controllare il carico.

 

Io ero faccia a terra soffocato dalla puzza del letame senza poter muovere un muscolo ma riuscii a scamparmela. Almeno per questa volta. Il viaggio era massacrante fra i sobbalzi e la puzza insopportabile e gli zoccoli dei quadrupedi che mi trafiggevano ad ogni curva. Ad un tratto il camion rallenta e penso che il peggio fosse passato ma come sto per sollevarmi sento una voce:

Si accosti per cortesia, da dove viene e dove sta andando.

 

Non sento la risposta perché la cabina del camion mi fa da scudo.

 

Ha il permesso per il carico? E’ possibile che voi pastori non dobbiate mai rispettare la legge? Quante pecore trasportate?

 

La cosa mi mette paura, tutte queste domande sono il preludio ad una perquisizione.

Quante pecore sono? Strano, mi sembravano meno. Dobbiamo contarle.

Ma come, gli dà un numero maggiore e questo vuole contarle. Non posso dire di essere sbiancato dato che sono pieno di cacca dappertutto, ma me la sto facendo addosso.

 

Va bene le contiamo da fuori: Melis, salga sulla ruota e le conti.

 

Sento come il piede sale sulla ruota posteriore del camion e la mano fa forza sulla sponda per salire. Io ancora rimango pietrificato, a momenti non respiro neppure.

 

Sono trenta o quaranta, circa.

Per adesso vada, ma si ricordi che ci vuole il documento di trasporto e la prossima volta le sequestrerò tutto, carico e mezzo. Buongiorno.

 

Il camion riparte, lento ma riparte. Finalmente lo sbattimento finisce, forse abbiamo raggiunto l’asfalto. Forse ora siamo al sicuro. Il camion si ferma, non si sente nulla se non l’aprirsi ed il richiudersi dello sportello della cabina.

 

Dai, è il momento di scendere. Sicuramente dietro la curva c’è un altro posto di blocco. Li si mettono sempre.

 

Mi alzo tutto dolorante e scendo di gran fretta come mi dice. Faccio per salutarla ma lei mi esorta a scappare subito verso il bosco, prima che dal posto di blocco arrivino insospettiti dal fatto di sentire solo il motore del camion e non il suo arrivo. Non la lascio finire che mi lancio immediatamente dentro un cespuglio. Avevo fatto bene: una camionetta si avvicina.

Sento che chiede informazioni su quella sosta.

Allora? Come mai si è fermata proprio qui

 

Altre due persone controllano in giro ed il cassone del camion.

 

Mi si è aperta la sponda, forse al controllo precedente non ho richiuso bene e si è sganciata.

 

Dove l’hanno fermata?

 

Qualche chilometro fa, mi hanno controllato il carico; mi hanno contato pure le pecore.

 

E perché la sponda era sganciata? Le pecore le hanno contate sicuramente da fuori.

 

Si, ma io pensavo che volessero entrare a contarle e ho iniziato a sganciare.

 

D’un tratto, tradito da un ramo faccio un rumore che mette in allarme un militare che punta verso di me l’arma.

 

Chi è la   ovviamente io non rispondo.

 

Lo fa per me la mia salvatrice

Non spari, sarà il mio cane che sta pisciando.

 

Non ci avevo fatto caso ma avevo ancora la pelle di pecora addosso e da lontano potevo sembrare un cane. Almeno così speravo. E così fu.

 

Va bene, torniamo al posto di blocco. Lei vada appena il suo cane ha finito.

 

Adesso non mi restava che attendere che la camionetta sparisse dietro la curva per levarmi quella pelliccia puzzolente e lo sterco delle pecore dal corpo. Non feci in tempo a ringraziare la mia salvatrice: vidi il camion ripartire in gran fretta e mi prese lo sconforto. Ero quasi salvo, ma mi mancava comunque qualcosa. Forse quel grazie che non ero riuscito a dirle. Lì vicino scorreva un rigagnolo che formava una pozza con acqua più o meno pulita. Ne approfittai per darmi una veloce e sommaria ripulita. Non vedevo l’ora di mettere sotto i denti qualcosa. Quando riemersi da quella pozzanghera, feci troppo rumore. Non ero solo ed era un giovedì. Uno di quei giovedì di caccia al cinghiale e, anche se io non lo ero, il pallettone che mi raggiunse non distingueva un cinghiale da un uomo sporco quanto un cinghiale. Peccato, ce l’avevo quasi fatta.

 

 

 

 

 

 

 

Pierluigi Mancosu

 

 

 

 

 

 

 

Olighen Mettabott

… Olighen Mettabot? E’ straniero?

  • Non lo so
  • Cosa risulta dalla carta d’identità?
  • Non ne ho la più pallida idea. Non ce l’ha la carta d’identità.
  • E da quando lo conosci?
  • Non lo conosco
  • Mi hai appena detto che si chiama Olighen Mettabott.
  • Avrei dovuto chiamarlo Sconosciuto Uno?
  • Va bene. Ma perché dargli quel nome?
  • Sicuramente un nome così non esiste, ma è una persona e come tale la tratto.
  • Uhm. Per quando me li prepari i risultati dell’autopsia?
  • Per il giorno stesso in cui ti chiamerò dicendoti che sono pronti.
  • Ottimo. Sai dirmi, sempre che ti ricordi, se le modalità del decesso siano simili a quel tale trovato l’anno scorso, esattamente un anno fa, qui alla tomba di Is Concias?
  • Già, tu non c’eri. La signora, o signorina, Ilelma Sigrovich. Si, anche di lei non si conosce l’identità. Per lei si trattò di una puntura d’insetto. Forse di un’argia. Ma il veleno non era proprio di quel ragnetto malefico. Comunque di lei feci solo l’autopsia subentrando a dottor Palmiro che stava andando in pensione, quindi, non so se fu trovata nello stesso posto e nella stessa posizione.
  • Posso controllare nella tomba?
  • Attento al gigante…
  • Manunza, mi porti una torcia che voglio vedere un po’ all’interno… Qui ci fanno riti “magici” a giudicare dal nerofumo sulle pareti. La terra è smossa… Ma quante persone ci hanno camminato?

Dopo una rapida occhiata, uscendo con la schiena a novanta gradi vista l’altezza del resto nuragico, rimase con gli occhi sbarrati vedendo uno strano ciondolo fra la terra smossa.

  • Ortu, vieni un po’ qua. Vedi di raccogliere questo ciondolo e portalo al dottore. E guarda se in zona trovi altro.
  • Senti un po’, ma cosa significa Pixina Nuscedda?
  • Ti riferisci al nome di questa strada? Pixina significa tonfano e nuscedda significa nocciola… il frutto non il colore.
  • Ah, quindi qui un tempo c’erano degli alberi di nocciole. E Is concias cosa significa?
  • Is concias è il tipo di terra, con la quale si faceva il vasellame. Ma sei proprio continentale!
  • Qui dietro la tomba scorre un rigagnolo…
  • Rio San Pietro
  • … e di case qui intorno ce ne sono ben poche. Quindi, zero testimoni. Anche se avesse urlato…
  • Penso proprio che non abbia urlato. Almeno qui.
  • Perché?
  • Sembra rilassato. Il corpo non presenta una postura da spavento. Sembra rilassato.
  • Ha accettato la morte?
  • Se fosse morto avvelenato. Vedremo, vedremo. Bene, io vado, le lascio il campo libero.
  • Un’alta cosa: qui siamo nel Sarrabus?
  • No, siamo ancora nel Campidano di Cagliari. Questo è territorio di Quartucciu. E’ fondamentale per Lei?
  • No, ma su internet si leggono certe cose…
  • Bè, sui testi della Regione altre. Non si avvilisca. E’ internet.
  • Ho capito. Vada, vada. Io mi faccio un giretto per farmi un’idea.L’incedere cauto non era dovuto al fatto che tentasse di vedere ciò che altri non avevano visto, ma al fatto che gli sembrava maleducazione interrompere il suono assordante delle cicale.
  • Ortu senti un po’: che idea ti sei fatto di questa morte? Omicidio o suicidio?
  • Secondo me, Commissario, è un omicidio. Tale e quale a quello accaduto anni fa. Anche in quel caso la vittima era sconosciuta, non in perfetta forma… insomma piuttosto abbondante. Quella volta lo trovarono all’interno però, con in mano un pezzo di legno. Come se si volesse difendere da qualcuno.
  • O da qualcosa?
  • No, da qualcuno. Sappia che qui venne anche uno sciamano che rilevò una energia sovrannaturale…
  • Essendo sciamano… Venendo alle cose pratiche: chi lo uccise?
  • Fu accusato un capraio della zona, ma secondo me non c’entrava nulla. Cosa ne frega a un capraio di un uomo corpulento, ben vestito… Mi parve un capro espiatorio. Dovevano accusare qualcuno. Le capre, si sa, sono omertose e non lo difesero.
  • Quindi questo sarebbe il terzo omicidio. Omicidio di persone sconosciute, da parte di uno od una sconosciuta, per motivi… sconosciuti. Bella rogna!

S’incamminarono entrambi verso le rispettive auto ma il Commissario salì sul fuoristrada.

  • Senti, Oggianu, andiamo a fare un giretto verso la sorgente di Mitza Codoleddu perlustrando anche San Pietro, Ortu De Schirru… Vai vai. Senza fretta però.
  • Bene Commissario. Qui subito a destra c’è una strada che porta ad un villaggio. Si ricongiunge più in basso, tornando indietro, prima della tomba, alla strada asfaltata.
  • Ci sono ovili? È abitato?
  • Poca roba. Per lo più sono case nelle quali si passa il fine settimana. Ma non tutte le settimane. E’ un posto povero. Anche di vegetazione.
  • Dove però sono state uccise già tre persone. Perché? Dai sparane una grossa che possa scartare senza ombra di dubbio.
  • Potrebbero essere… tombaroli. Vengono a conoscenza di qualche reperto importante non ancora venuto alla luce e vengono punti da qualcosa di velenoso che li fa fuori.
  • Hai visto Indiana Jones!

Il giro non porta a nulla se non ad una bevuta, bella fresca, alla sorgente. Il ritorno all’auto, sotto il sole cocente di luglio, non fu molto allegro. Il Commissario aprì lo sportello con il fazzoletto per evitare di ustionarsi e lasciò arieggiare l’abitacolo divenuto torrido, al pari di un forno per pizza. Si spostò all’ombra dell’unico albero che potesse offrirgli un po’ d’ombra e si mise a sorseggiare un po’ di quell’acqua raccolta poco prima. Anche se aveva cinquant’anni e fisico atletico, risentiva non poco di quella calura e del sudore che aumentava man mano che si spremeva le meningi per venire a capo di quello che, ormai, era divenuto un dilemma: tre morti ammazzati e nessun colpevole.

Finita la pace data dall’assenza di segnale telefonico ecco che, quasi giunto alla strada statale, il trillo lo riporta al mondo.

  • Eccomi. Chi mi cerca? Ah Signor Magistrato.
  • Commissario, è da un po’ che la sto chiamando. Sta tendando di svicolare?
  • No, è che qui a Is Concias il segnale…
  • Is Concias? Di nuovo! Questa storia è veramente strana. Cosa è successo?
  • E’ stato rinvenuto un cadavere, senza documenti…
  • Il così nominato Olighen Mettabott…
  • Proprio lui. Il fatto è che anche questa volta… testimoni zero, arma del delitto sconosciuta, eppoi…
  • … che cavolo ci faceva anche lui li?
  • Ecco, appunto. Che diavolo è andato a fare in quella tomba.
  • Senti un po’, ma chi l’ha trovato stavolta?
  • Un ciclista. Uno di quelli che fanno mountain bike…
  • In mountain bike sull’asfalto?
  • Eh, boh, si. D’altronde ci sono sterrate dappertutto nella zona.
  • Era morto da molto?
  • Il medico legale…
  • Frongia?
  • Si, Frongia, mi farà sapere. Sa come è fatto. D’altro canto…
  • E’ il migliore no? Quindi lasciamolo lavorare in pace. Fino a domani (segue una risata)
  • Sono quasi arrivato in centrale…
  • Ad ogni modo io rientro verso le 23 e domani voglio tornare con lei alla tomba. Avete recintato tutto? Ha lasciato qualcuno sul posto?
  • Si, Signor Magistrato.
  • Ci aggiorniamo a domani allora. Buona serata.
  • Anche a lei Signor Magistrato.L’indomani, di buon’ora alle sei del mattino il Magistrato ed il Commissario s’incontrano nel parcheggio della caserma e salgono sul vecchio Magnum della polizia.
  • Prima di parlare di cose serie, Commissario, devo fare un regalo a mio figlio che compie sedici anni. Vorrei un qualcosa di originale.
  • Io per i sedici anni, ricevetti un: Buon Compleanno. A diciotto però mi regalarono un piatto Thorens, un amplificatore Marantz e delle casse Celestion. Potrebbe essere un regalo originale.
  • Ed un bel disco di musica classica…
  • Seriamente… Tarkus degli Emerson Lake & Palmer.
  • Vinile ovviamente…
  • Ovviamente

Segue un breve silenzio, interrotto dal Magistrato

  • Veniamo al lavoro. Oh, come idea non mi dispiace ma penso che lo userei più io di mio figlio. Torniamo al lavoro, come dicevo. Questo Mettabott…
  • Da una prima analisi del Frongia, sembra che anche questo sia morto per avvelenamento di una qualche tossina che ancora non ha individuato. I sintomi parrebbero quelli ma, come negli altri due casi accaduti in passato, non è chiaro.
  • Il primo, condannarono un pastore ma… Secondo me presero un abbaglio. Il caso non lo seguii io ma le analogie con gli altri due sono forti.
  • Ma perché venire fino a qui, alla tomba. Con quale mezzo poi, devono averlo portato…

Il Magistrato effettua l’ultima curva prima della tomba e si parcheggia sul ciglio della strada. Gli uomini della pattuglia che sorveglia il posto li salutano e sollevano le fasce di delimitazione per agevolargli il passaggio nell’area protetta.

  • Allora, Commissario…
  • Il corpo è stato rinvenuto faccia a terra con il capo verso l’ingresso della tomba
  • Immagino che all’interno ci sia già stato.
  • Si, ma è all’esterno che ho rinvenuto un ciondolo. Difficile vi si possano trovare impronte dato che era mezzo interrato. Non sembra aver avuto una colluttazione con qualcuno. Gli abiti non erano sgualciti. Come se si fosse accasciato.
  • Chiamo il Frogia per sentire un po’…
  • Qui non c’è campo Signor Magistrato.
  • Ah, già. Forse è anche per questo che sono stati portati qui. Non possono chiedere aiuto. E se anche qualcuno li volesse soccorrere comunque non ci riuscirebbe: niente campo, lontano da strade trafficate e facilmente raggiungibili. Morirebbero comunque. Facciamo setacciare l’interno della Tomba.
  • Setacciare? Nel senso?
  • Si, una pala od una vanga. Si porti fuori tutta la terra smossa. Non tutta tutta. Non voglio creare un pozzo e neppure svegliare quelli dei beni archeologici.

Il Commissario si dirige verso la pattuglia e chiede se hanno una vanga od una pala in auto. Ricevuta risposta negativa li spedisce a Burcei, paesino pochi chilometri più a monte, per acquistarne qualcuna.

  • Commissario, qui dietro la tomba, verso il fiume, ha già perlustrato?
  • Si, anche la scientifica ha verificato l’area per circa trenta metri in ogni direzione. Non ha rinvenuto niente che possa spiegare un avvelenamento.
  • Sento arrivare un’auto: vada a vedere chi è commissario. Non mi pare la pattuglia.

Il Commissario si avvia verso la strada con grande fatica data l’afa che già alle nove del mattino opprimeva la vallata. Alla vista dell’auto riconobbe subito il medico legale.

  • Dottor Frongia, anche lei è venuto a farsi una bella sauna in questo magnifico posto.
  • Commissario. In effetti sia in ufficio che in auto si sta meglio.
  • Venga, il Magistrato è giù al fiume.
  • E’ appunto lì che devo andare.

I due si avviarono e raggiunsero il Magistrato che disse:

  • Frongia, come sta?
  • Bene, Signor Magistrato
  • Come mai ha lasciato il suo tavolo…
  • Abbiamo riscontrato delle tracce di abrina nella gola del Mettabott.

Il Magistrato aggrottando la fronte chiede:

  • Abrina? È cosa sarebbe?
  • E’ una sostanza tossica ricavata dall’abro. Un arbusto con le bacche rosse diffuso in Indonesia, in aree tropicali e subtropicali.
  • Non mi sembra che qui siamo ai tropici
  • Ha ragione Commissario, ma viene usato per fare collane.
  • Quindi immagino si debba cercare una collana. Commissario chiami rinforzi e faccia setacciare la zona. Senta Frongia, come le è venuto in mente di cercare questa tossina?
  • Bè, non trovando niente di niente e che le comunità della zona sono varie…
  • Per via di alcuni finti hippies? Magari qualcuno è tornato da un viaggio con una collana. Senta un po’ Commissario, bisogna fare una ricerca di persone che hanno fatto viaggi Indonesia negli anni passati e che ancora vivono da queste parti.
  • Mi pare una ricerca un tantino complicata Signor Magistrato.
  • Tu inizia. Fatti dare un passaggio da dottor Frongia che io vado a San Gregorio a visitare qualche casa e qualche giardino.

Il Commissario si avviò alla macchina del dottore, avendo cura di dare le consegne ai rinforzi chiamati in precedenza che avevano il compito di vuotare la tomba e setacciare la terra, in compagnia della scientifica.

Il magistrato si diresse verso la statale e svoltò a destra in direzione San Gregorio. Lungo strada però, gli balenò l’idea di fare una capatina nella zona di Umbra Niedda dove già in passato vi furono perquisizioni in una delle due case che vi sono. E’ una località di querce da sughero e qualche albero che non ha niente a che vedere con la vegetazione locale, dove gli incendi si sviluppano ogni estate.

Arrivato alla prima casa, fermò il fuoristrada e scese. Diede un’occhiata intorno e bussò alla orribile porta in alluminio.

  • Signor Mura. E’ in casa, Signor Mura?
  • Un attimo, un attimo. Sta andando a fuoco la foresta?
  • Sono il Magistrato Basigheddu, della Polizia.
  • Arrivo, arrivo.

Dopo qualche decina di secondi ecco che la porta si aprì e il Mura si parò davanti al Magistrato: Torso nudo peloso, ciabatte e calzoncini, barba rada che sembrava bombardata con il napalm.

  • Buonasera signor Magistrato. Mi dica
  • Buonasera signor Mura. Non è che per caso conosce qualcuno che fa braccialetti.
  • Braccialetti? Cosa c’è un traffico di braccialetti?
  • Veramente dal profumo che esce dalla porta, non si direbbe un traffico di braccialetti ma qualcosa di più dolce…
  • Eh, quante storie per una canna. Si vuole accomodare?
  • Non sia mai!
  • Ma sono particolari questi braccialetti?
  • Rossi, sono braccialetti o collane fatte con bacche rosse.
  • No signor Magistrato. Non ne ho visto neppure a San Gregorio. Eppure lì ci sta’ gente “suonata”, ma nessuno che faccia braccialetti rossi. Solo gente “suonata”.
  • Solo gente “suonata” dunque.
  • Eh si.
  • Va bene signor Mura. Grazie per la collaborazione.
  • Si figuri. Alla prossima signor Magistrato. Tanto voi “blu” ormai siete di casa.

Il Magistrato diede un’altra veloce occhiata in giro prima di ripartire alla volta di San Gregorio dove non troverà nessuno in tutto il borgo.

Erano già le quindici ed il sole picchiava duro sul cuoio capelluto del Magistrato. Quindi, esausto, salì sul Magnum e con l’aria condizionata sparata al massimo tornò in commissariato.

  • Commissario Parmitano.
  • Dica signor Magistrato.
  • Ha qualche notizia in più su questa pianta dalle bacche rosse?
  • Si ho fatto una ricerca su internet, ed è impensabile che venga coltivata qui.
  • E sui viaggi dei residenti nei dintorni?
  • Niente. Però un certo signor Trogu ricevette un pacco dall’Indonesia.
  • E quando lo ricevette questo pacco?
  • Due mesi prima che si verificasse il primo omicidio. Quello di cui fu accusato il capraio.
  • E cosa conteneva questo pacco?
  • Non so ancora. Però essendo un musicista…
  • Un musicista?
  • Si, una specie di hare krishna che suona le percussioni…
  • Perché specie di hare krishna?
  • E’ uno che non ha capito il significato di Krishna: anzhichè ‘Colui che attrae tutti’, l’ha tradotto in “colui che tira di tutto”.
  • Potrebbe aver ricevuto qualche droga. Provi a farci un salto. Lo rintracci e si porti anche qualcuno che sbirci…
  • Mandato? Manco a parlarne ovviamente.
  • Ovviamente. Si porti Oggianu che ha fantasia da vendere. Ha una mente aperta e vede cose che noi non vediamo. La chiudo qui se no mi vengono dei dubbi su di lui.

Il Commissario uscì dall’ufficio e per prima cosa chiamò Oggianu

  • Comandi!
  • Fai il pieno alla macchina che dobbiamo andare a San Gregorio a cercare una persona.
  • Subito, signor Commissario. Ma l’unica disponibile è quella con la quale è arrivato il dottor Basigheddu.
  • Prendiamo quella. Avviso io il signor Magistrato.

Il Commissario tornò quindi sui suoi passi e bussò alla porta del Magistrato

  • Avanti
  • Signor Magistrato, le comunico che prendiamo il Magnum. E’ l’unica disponibile.
  • Va’ bene
  • Un’altra cosa..
  • Dica Commissario
  • Pensavo… non è che potrebbe trattarsi di una vendetta? Non riesco a capire il perché i morti siano persone sconosciute e, per di più, vengano uccise a così tanta distanza di tempo.
  • Una vendetta. Anche io ci stavo facendo un pensierino ma, se così fosse, i due deceduti si sarebbero dovuti conoscere l’un l’altro, ed avere due persone che si conoscono fra loro e nessuna di queste che risulti scomparsa… Tra l’altro tutt’e due, appunto, sconosciute. Una cosa troppo complicata.
  • Uhm. Bè, io vado.

Arrivati a San Gregorio, per prima cosa si imbatterono in una torrida serata: non soffiava un filo di vento ed i muri della piazzetta riflettevano il calore del sole, riproducendo una piccola camera magmatica “a secco”.

  • Signor Commissario chi stiamo cercando?
  • Tiziano Trogu
  • L’accanito “fumatore” che suona con gli hare krishna?
  • Proprio lui. Facciamo un salto da Pischedda
  • Il pittore?

Non ci fu risposta dal parte del Commissario che, bussando alla sua porta, la fece aprire.

  • C’è nessuno?
  • No – fu la risposta – ancora nessuno, ma fra poco mi alzo ed arrivo.
  • Faccia una cosa rapida signor Pischedda. Sono il Commissario Parmitano.
  • Vengo subito. Non tema non scappo. Ho una lombo sciatalgia che non mi permette di correre.
  • Oggianu, vada un po’ a vedere cosa sta combinando
  • Eccomi, eccomi. Tottu custa pressi…
  • Signor Pischedda, dove posso trovare l’errabondo fumaiolo musicante… Trogu?
  • Chi, Tiziano? Sarà “in volo” da qualche parte. Non credo sia in casa a quest’ora dato che casa non ne ha. Vive in una tenda dentro il nuraghe.
  • Dentro quale nuraghe?
  • Quell’ammasso di pietre che c’è di fianco alla Colonia Montana Buon Pastore. Ma dubito che con questo caldo sia là.
  • Mi sa dire che tipo è?
  • Guardi lì nel quadro dietro di Lei. L’ho dipinto quando ha iniziato la sua vita con gli Hare Hare. Allora non era così “scoppiato”.

Il dipinto ritraeva Trogu con delle maracas nelle mani.

  • Suona ancora le stesse?
  • Sempre le stesse.
  • Va’ bene. Grazie e buona guarigione.
  • Grazie Signor Commissario.

Nell’andarsene Parmitano si rivolse ad Oggianu

  • Senti, andiamo verso l’uscita della piazza, tu fai il giro del borgo in senso orario. Ci ritroviamo alla macchina con o senza Trogu.
  • Bene Commissario.

Nel frattempo arriva anche il Magistrato con la sua vettura

  • Signor Magistrato
  • Commissario. Sono qui perché ho scoperto che con quelle bacche…

La voce alta di Oggianu interrompe il colloquio

  • Commissario, eccovi il musicista. Ah, buona sera signor Magistrato.
  • Giusto i tempo per mettergli le manette ai polsi.
  • Le manette?
  • Si Commissario. E’ lui che ha ucciso i tre sconosciuti. Con quelle maracas che oramai, immagino, non suonino più come quando le ha comprate. Dove sono signor Trogu, le sue maracas?

Con sguardo accigliato e voce “secca” Tiziano Trogu iniziò a parlare

  • Ammiro la sua intelligenza e la sua cultura in fatto di strumenti musicali signor Magistrato. Ma uccidere con delle maracas, mi sembra azzardato. Non sono poi così grandi e resistenti per uccidere qualcuno. Signor Magistrato.
  • Lei sa bene che il contenuto di quello strumento è assai pericoloso: bacche di abro.
  • Rimarco la mia ammirazione nei suoi confronti. In effetti le mie maracas hanno perso un po’ di “ritmo” in questi anni. Ma perché avrei dovuto uccidere quelle persone.

Nel mentre Oggianu perquisiva Trogu svuotando le tasche degli indumenti che aveva indosso. Tra le altre cianfrusaglie compariva un blocchetto di tagliandi della lotteria istantanea.

  • Forse per quei biglietti della lotteria?
  • No signor Magistrato. Quelli sono falsi. Li regalo alle persone per prenderle in giro. Come d’altronde fanno con quelle vere. Solo che in quel caso c’è chi ci guadagna.

Il commissario avanzò la sua ipotesi

  • Lei ha attirato queste persone con la scusa della “conoscenza spirituale”, propria degli Hare Krishna, e li ha invitati a iniziare il loro periodo di prova di sei mesi nella tomba di Is Concias o comunque da quelle parti. Ma, dato che si sono accorti che lei “fuma”, in contrasto con il credo dei seguaci, l’hanno schernita. O forse hanno minacciato di denunciarla oppure…
  • … oppure erano degli infami che non meritavano di vivere, ed allora ho offerto loro un infuso, un ottimo infuso. Avevano scoperto che io sono l’unico erede di una bella porzione di Murta Sterria ‘E Basciu. Unico erede perché ho falsificato il testamento di Nicola Agus. L’ho aiutato per un decennio e quella larva d’uomo mi volle mandar via perché non avevo portato il bestiame al pascolo. Stavo male. Ma feci stare male anche lui. Ci sono tante erbe in campagna… Comunque, quelle persone venute da chissà dove a reclamare la terra…
  • Quindi erano parenti di Agus?
  • Non ho chiesto chi fossero, né mi ricordo i loro nomi. So solo che iniziarono a farmi domande su domande e… ho tagliato corto.
  • Quindi, tutt’e tre le persone le ha uccise lei. Il capraio non c’entra niente in questa storia?
  • No, il capraio non c’entra niente.
  • Quindi anche lei faceva il capraio prima di diventare musicista?
  • Stiamo parlando di fatti accaduti tanti anni fa: avevo quindici anni quando ero alle dipendenze di Nicola Agus. Quindici anni di cui dieci di soprusi.

Le ultime parole se le scambiarono mentre saliva sul cellulare per essere portato in questura.